Disabile ucciso, l’urlo della madre: «Mi incatenerò per avere giustizia»

12 Ottobre 2021

Parla Teresa Di Nicola, nel 2019 il figlio Collinzio D’Orazio è stato trovato morto nel fiume Giovenco «Da quasi 3 anni aspetto la verità, protesterò davanti al tribunale perché è il momento di dire basta»

SAN BENEDETTO DEI MARSI. «Voglio giustizia per mio figlio. Se nulla si muoverà, sono pronta a incatenarmi davanti al tribunale di Avezzano». A quasi tre anni dalla tragedia, Teresa Di Nicola lancia un disperato appello per «scuotere le coscienze» affinché venga fatta «piena luce» sulla morte del suo primogenito Collinzio D’Orazio, disabile 51enne di San Benedetto dei Marsi scomparso la sera del primo febbraio 2019 e ritrovato senza vita in un canale del Fucino dopo 23 giorni di ricerche. Per la sua morte, sul registro degli indagati sono finiti due 28enni, anche loro residenti a San Benedetto. L’ipotesi di reato è omicidio volontario aggravato. Sono accusati di aver gettato D’Orazio nel fiume Giovenco.
L’APPELLO
«È da aprile scorso che è tutto fermo e non si muove nulla», sottolinea al Centro la mamma di Collinzio D’Orazio, «mi avevano detto di aspettare. E io ho aspettato. Sono stata talmente paziente da attendere anche la fine delle ferie estive. Ma siccome a distanza di due mesi non si è mosso ancora niente, credo sia giunto il momento di dire basta. È il momento di agire. Non resterò ancora in silenzio ad aspettare mentre nulla accade. È ora che i responsabili della morte di mio vengano assicurati alla giustizia e paghino le loro colpe».
Si dice «arrabbiata» e «addolorata» Teresa Di Nicola. E a quasi tre anni dalla tragedia torna a lanciare un nuovo appello. «Non capisco perché il fascicolo su Collinzio non vada avanti, alle luce di tutte gli elementi di prova raccolti dagli inquirenti», aggiunge la donna, «tante volte ho chiesto di parlate con la Seccacini (il pubblico ministero titolare del fascicolo d’inchiesta, ndc), ma non sono mai riuscita a incontrarla, tranne quell’unica volta in cui ho depositato la mia versione dei fatti. Mio figlio non era un delinquente. Era una persona buona, con le sue fragilità, e di certo non meritava di morire in questo modo. Non meritava di essere gettato nel fiume».
A destare sospetti era stato un messaggio («L’abbiamo gettato nel Fucino») ritrovato sul telefono di un 28enne, non indagato. L’accertamento sul suo smartphone era stato eseguito dal consulente tecnico Antonio Barbieri, esperto informatico che ha lavorato al recupero dei messaggi cancellati dai cellulari.
LA PROTESTA
«Quella sera della scomparsa», prosegue disperata la donna, «mio figlio aveva solo bisogno di aiuto. E invece ha trovato persone che gli hanno fatto del male. A febbraio saranno tre anni che mio figlio è stato ucciso. Quanto tempo dovrò ancora aspettare per avere giustizia? La storia di Collinzio non deve finire nel dimenticatoio. Mio figlio era buono, generoso e non meritava questa fine. Sono determinata affinché il procedimento vada avanti: ho contattato anche la trasmissione Chi l’ha visto? (che in passato si era occupato del caso, ndc). Se dopo questo ennesimo appello nulla si muoverà», conclude la madre del 51enne disabile di San Benedetto, «sono pronta a tutto, perfino a incatenarmi davanti al tribunale in segno di protesta».
La famiglia della vittima è assistita dagli avvocati Berardino Terra e Stefano Guanciale.
L’INCHIESTA
In un primo momento gli indagati erano finiti nel registro degli indagati per abbandono di incapace. La loro versione dei fatti, però, non aveva del tutto convinto gli inquirenti. Ritenendo di dover procedere a ulteriori accertamenti tecnici non ripetibili, il pubblico ministero aveva chiesto la proroga delle indagini affidate ai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Avezzano. È alla luce delle relazioni del Ris di Roma e dagli esiti degli accertamenti su telefoni e social che l’accusa per i due giovani era cambiata in omicidio volontario aggravato. Gli indagati per la morte di Collinzio D’Orazio sono difesi dagli avvocati Antonio Milo, Mario Flammini e Franco Colucci.
©RIPRODUZIONE RISERVATA