Disagio giovanile, l’esperta: «Una responsabilità di tutti»

7 Settembre 2022

Le cause vanno dal sistema scolastico «mortificato» alla «latitanza» di certe famiglie L’analisi di Carosi: assenza di regole per adolescenti che sperimentano gradi di libertà

L’AQUILA. «Il terremoto? La pandemia? Forse entrambi. È chiaro che i traumi e le emergenze collettive possono avere un ruolo nella genesi di alcune devianze, ma non basta». Ilaria Carosi, psicologa e psicoterapeuta, analizza il fenomeno emerso dall’operazione congiunta dei carabinieri del comando provinciale e della Squadra mobile che ha portato a 6 custodie cautelari in carcere e 7 collocamenti in comunità. Centrale, secondo la psicologa, il ruolo di scuola e famiglia, ma sottolinea: «In generale sono una che s’interroga molto e non sempre noi psicologi abbiamo risposte per quanto accade».
Che ruolo hanno avuto, secondo lei, le emergenze degli ultimi anni: a partire dal terremoto per arrivare al Covid?
«È chiaro che i traumi e le emergenze collettive possono avere un ruolo nella genesi di alcune devianze, ma non basta. La complessità di alcune situazioni dovrebbe portare a prediligere un’ottica, di lettura e di eventuali interventi di prevenzione, sistemica che contempli eventuali disagi e sofferenze psichiche, dei singoli e dei gruppi. Fondamentale anche il ruolo di povertà educative e non solo, ci sono da valutare la mancanza di contesti di socializzazione sani per tutti, non solo per chi ha le spalle coperte dai soldi di mamma e papà, la marginalità e l’assenza di prospettive o di possibilità di crescita personale e sociale, soprattutto per alcune categorie di persone».
Si può parlare di baby gang?
«Senza entrare nel merito del caso specifico, di cui conosco pochi dettagli, non so se è corretto parlare di “baby gang” perché spesso queste definizioni lasciano il tempo che trovano, creando anche diffidenze aprioristiche in chi legge. Alcune definizioni non possono essere esplicative di situazioni complesse e dunque non interpretabili né con una logica lineare né duale: il terremoto? La pandemia? Forse entrambi».
Perché un fenomeno del genere si sviluppa in una città come L’Aquila?
«L’Aquila non è il centro del mondo e fenomeni come quello balzato alla cronaca ora sono purtroppo diffusi in tutta Italia, sia in provincia sia nelle grandi città».
Quali sono le cause?
«Molteplici. Metterei sicuramente l’accento su un sistema scolastico che è stato mortificato negli anni, e che viene sorretto dalla buona volontà di alcuni eroici insegnanti. Non può bastare. Salvo alcune mirabili eccezioni, mancano progetti strutturati di educazione emotiva e prevenzione del bullismo. Mancano risorse per tutti. Manca l’obiettivo di livellare delle differenze economico-sociali: prima la scuola lo faceva, oggi sembra rafforzare le distanze anche in virtù di alcune composizioni delle classi. Leggevo giorni fa il caso di un’adolescente straniera a cui sono state di fatto precluse le porte di un liceo».
E le famiglie, che responsabilità hanno?
«È evidente la latitanza di alcune famiglie. Da terapeuta familiare lo so fin troppo bene. Ma anche l’assenza di regole che contengano e salvaguardino – a questo servono – gli adolescenti mentre sperimentano gradi crescenti di libertà. Non dico sia facile, dico solo che molti di noi hanno abdicato al ruolo: famiglia, scuola, politica. Molto fanno l’associazionismo e il privato sociale. All’Aquila, questo sì, abbiamo belle realtà, ma non basta. C’è ancora tanto da lavorare».
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