Don Renzo prega per Cutolo: «È un amico»

Il confessore del boss di camorra lo ricorda nella messa alle Anime Sante: «Non temo richiami»
L’AQUILA. «Indietro non si torna. L’Arbitro ha fischiato, la partita è finita. Adesso sei al cospetto del buon Dio. Con lui non puoi più barare. Ora anche tu “vedi chiaro”. Mi piace pensare che, chissà, ti starà mostrando l’altra tua vita, quella che aveva previsto per te e che tu, nel tuo delirio di arbitraria, sciocca, sanguinaria, onnipotenza, non hai mai vissuto. Chissà. Forse il purgatorio è questo». Se il prete anticamorra don Maurizio Patriciello ferma, sul giornale dei vescovi Avvenire, a un gradino più basso il boss di camorra Raffaele Cutolo, morto mercoledì delle ceneri, il suo confessore, l’aquilano don Renzo D’Ascenzo, lo mette direttamente in Paradiso. Il giorno dopo, don Renzo conferma tutto. E rilancia. Dalla Curia nessuna reazione: filtrano imbarazzo e meraviglia. Se vorrà, e se gli sarà chiesto, il prete potrà fornire ulteriori argomenti. E nella messa alle Anime Sante ha pregato per Cutolo.
Don Renzo, pentito dell’omelia social («Sono certo: Cutolo è in Paradiso») che ha scatenato reazioni, non tutte positive?
«Assolutamente no. Dove abbonda il peccato sovrabbonda la Grazia, dice San Paolo che era un grande assassino e poi si è convertito. Non esiste peccato, il più terribile, il più mostruoso, che non possa essere capovolto dalla Grazia di Dio. Questo non lo dico io, ma la Scrittura. La mentalità del mondo è tipicamente mentalità del giudizio, mentre Gesù è venuto non per i buoni, ma per i peccatori».
Lei definisce Cutolo «vittima». E le sue, di vittime?
«Mi fa pena l’assassino più che la vittima. Le lacrime delle vittime sono asciugate da Dio che dona subito quello che è stato loro negato in vita. Sono riscattate all’istante. Simone Weil, nell’Attesa di Dio, dice: se anche nella sventura più grande, come quella di Cutolo, noi guardiamo in basso, e non ci rivolgiamo a Dio, essa ci mutila. Se invece guardiamo in alto avviene come una nuova incarnazione».
Insomma, Cutolo santo?
«Ha preso coscienza di essere stato un criminale come pochi. Mi diceva: da 15 anni non m’importa più nulla di quel mondo. M’interessa diventare amico di Dio. E vuoi che Dio non lo abbia liberato? Cutolo è per me un familiare. Un fratello. L’ho assolto più volte. Gli ho dato il corpo di Cristo. Non ho avuto mai dubbi. Perché non avrei dovuto farlo? Una confessione ben fatta può cambiarti la vita. E lì il sacerdote agisce come segno della presenza di Cristo. L’ho ricordato nella messa, ma nel mio cuore».
Don Renzo parla a nome suo o della Chiesa?
«La mia posizione è quella del Vangelo. Non ho sentito il cardinale. Non temo richiami da nessuno. Cristo ti rende libero. Io sono un uomo libero di esprimere il mio parere, senza sconfinare nell’eresia».
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