«Dopo il buio il coraggio di ricominciare»

18 Marzo 2019

Il racconto di Alessandra Circi: io, sopravvissuta, mamma e insegnante tra memoria e speranze

Grazioso monolocale in via Santa Giusta. Qui mi ero trasferita dal paese nel febbraio 2009, per essere più vicina ai luoghi di lavoro, per desiderio di autonomia e libertà e perché amavo la mia città, dove avevo studiato e mi ero laureata. Ho vissuto quei due mesi serenamente, felice di aver raggiunto con le mie forze un altro importante traguardo. Non avevo mai avuto paura per le scosse precedenti a quella del sei aprile. Credevo, come molti, che presto la terra avrebbe smesso di tremare e ci avrebbe consentito di proseguire tranquillamente le nostre vite.
La sera della domenica delle Palme, quando è arrivata la prima scossa, non mi sono spaventata molto. Per questo, dopo aver tranquillizzato al telefono amici e parenti, mi sono addormentata. La seconda scossa mi ha costretto a uscire. In giro c’erano poche persone. Ho fatto una passeggiata per i vicoli del centro, l’ultima prima del dramma. Sono rientrata in casa e mi sono seduta sul divano, vestita, con le scarpe, la giacca. Sono rimasta con gli occhi aperti, la luce accesa, come in attesa; poi mi sono appisolata.
Dopo circa due ore il tremendo risveglio: i pezzi di muro addosso, il divano sobbalzato in mezzo alla stanza, la polvere sul viso, sui vestiti. Mi alzo di scatto. E intanto urlo, disperata. Poi mi dirigo verso la porta, non si apre, è bloccata. Uso tutte le forze per uscire da quel luogo che avevo tanto cercato e che avrebbe potuto essere la mia tomba. Finalmente riesco ad aprire; prendo il computer e vado.
Quando arrivo in strada inizio a correre per raggiungere piazza Duomo. Intorno a me solo vuoto, polvere, buio. E poi la vita. Si, perché la piazza a poco a poco si riempie di persone che come me sono riuscite a salvarsi. E poi il cellulare che dopo vari tentativi si accende e mi permette di gridare a mia madre che ci sono ancora. E poi arriva lui, il mio angelo custode, che mi raggiunge dopo aver attraversato a piedi la città. E poi via XX Settembre, la Casa dello Studente in bilico, la gente in pigiama che scava tra le macerie.
Queste immagini mi hanno fatto compagnia per anni nelle notti insonni. Per anni il buio è stato il mio nemico e spesso lo è ancora. Per anni mi sono chiesta perché io si e altri no. Ho pianto, ho pianto tanto, per il distacco dalle cose e dalle persone, dagli sguardi e dai sorrisi, dagli odori e dai sapori. E tra le lacrime credevo che mi sarei lasciata andare. Oggi, 10 anni dopo, mi rendo conto che il tempo non cancella, il ricordo vive, l’anima sanguina.
So bene che il terremoto ha distrutto la mia città, il mio rifugio e una parte di me, forse la migliore.
È vero, indietro non si torna, ma si può andare avanti; lo devo a chi non ce l’ha fatta e ha chi ha perso più di me. Lo devo a chi mi ha accolta e coccolata, mentre ero sfollata. Lo devo ai miei bambini, il dono più grande. Lo devo a chi ha scelto di amarmi, accettando ogni mia sfumatura. Lo devo alla vita.
*mamma e insegnante
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