E così il prof partigiano spiegava la Resistenza

1 Dicembre 2020

Lotte vissute in prima persona raccontate nel documento postumo al Centro Quella strana operazione per fare del 25 aprile un patrimonio solo della sinistra

L’AQUILA. Dalla lunga intervista che l’ex rettore Giovanni Schippa concesse al Centro all’inizio di aprile del 2018 fu stralciata la domanda sul significato e i valori della Resistenza a cui lui aveva partecipato. La risposta doveva essere pubblicata in occasione del 25 aprile. Schippa, tre giorni prima, chiese che venisse “congelata”. Non voleva che le sue parole fossero strumentalizzate (infuriava la polemica politica sul senso attuale del 25 aprile). Al cronista disse al telefono: «La conservi e la usi in un futuro più o meno lontano».
La domanda era la seguente: Professore, nel recente dibattito pubblico c’è chi prova a sminuire, se non a volte a riscrivere, la storia di quel periodo. Lei come la ricorda?
«Per rispondere alla domanda mi baserò sui miei ricordi, che si rifanno, non di rado, a episodi vissuti in prima persona. Dopo il 25 luglio del 1943, la caduta del regime fascista e la nomina del generale Badoglio a capo del governo da parte del re Vittorio Emanuele III ci furono in tutte le piazze d’Italia, non ancora liberata dagli Alleati, manifestazioni spontanee di gioia inneggianti alla monarchia, alla pace, alla libertà e alla democrazia. Fu un periodo confuso e pieno di illusioni, interrotto l’8 settembre del 1943, dalla richiesta di armistizio agli Alleati da parte del capo del governo generale Badoglio. L’operazione fu condotta nel modo più sballato; così apparve a tutti coloro che la stavano vivendo: la Casa reale e il Governo si trasferirono a Brindisi, nell’Italia già liberata dagli Alleati, lasciando tutti senza ordini precisi. Iniziò l’occupazione dell’Italia non ancora liberata dagli Alleati: le divisioni tedesche rastrellarono i reparti dell’Esercito italiano mettendo in campi di concentramento quelli che si arrendevano. Quelli che resistevano venivano massacrati come accadde alla Divisione Acqui che occupava l’isola di Cefalonia o a buona parte dei Granatieri di Sardegna – ai quali si era aggregato un gruppo di giovani antifascisti romani alcuni dei quali persero la vita – che tentarono di opporsi all’entrata dei tedeschi a Roma nella vasta area a cavallo fra la via Ostiense e porta San Paolo. Contemporaneamente, i tedeschi liberarono Mussolini favorendo così la nascita della cosiddetta Repubblica sociale italiana, la Rsi. L’Italia si divise in due: al Sud il governo Badoglio che avviò la ricostituzione dell’Esercito (Corpo italiano di liberazione) il quale iniziò a combattere, a fianco degli Alleati, nella battaglia per la conquista dell’Abbazia di Montecassino. Al Centro-Nord, dopo il difficile superamento dei forti dissidi fra i partiti antifascisti si giunse, a Roma, alla formazione di un organismo unitario, il Comitato di liberazione nazionale (Cln) e più avanti a Milano il Comitato di liberazione Nazionale alta Italia (Clnai). Furono i Cln che nella Italia occupata dai tedeschi gestirono la Resistenza e la guerra di Liberazione e organizzarono le bande partigiane che si stavano formando spontaneamente nel Paese schierandole contro l’esercito tedesco che, con la collaborazione della Rsi, tentava di opporsi agli Alleati. Fu una guerra feroce condotta dentro le città, nelle campagne e nelle montagne. Agli attacchi dei partigiani si rispondeva con imponenti rastrellamenti che, spesso, coinvolgevano, per rappresaglia, vecchi, donne e bambini. Tutti venivano uccisi senza processo e, in molti casi, dopo terribili torture. Non c’è dubbio che un importante contributo alla guerra di Liberazione fu quello fornito dai comunisti italiani che non solo furono i più convinti fondatori dei Cln ma crearono e animarono le maggiori formazioni partigiane (Gap, Sap, Brigate Garibaldi). All’interno dei Cln molti dei rappresentanti comunisti assunsero subito una posizione rilevante poiché avevano acquisito esperienza nelle “arti militari” avendo partecipato alla guerra per la difesa della Repubblica spagnola.
Essi, inoltre, combatterono nel Corpo italiano di liberazione nel quale si arruolavano volontariamente molti giovani, partigiani e non, che venivano prevalentemente inquadrati nella Divisione Cremona man mano che gli Alleati risalivano l’Italia. In alcuni casi intere formazioni partigiane entrarono, come tali, nei reparti delle Divisioni italiane o di quelle Alleate come avvenne ad esempio per la Brigata Maiella.
Purtroppo, dopo l’euforia dei giorni che seguirono la fine vittoriosa della guerra iniziò la cosiddetta “guerra fredda” fra americani, inglesi e francesi da una parte e i russi dall’altra. Partì una strana operazione tendente a coprire i successi della Guerra di liberazione e a dimenticare le stragi commesse dai nazi-fascisti. L’operazione ebbe pieno successo. Il 25 aprile, data dedicata al ricordo della fine vittoriosa della guerra in Italia e del ritorno alla libertà e alla democrazia, divenne patrimonio solo della sinistra. Prevalse il terrore che i comunisti potessero prendere il potere e instaurare un regime dittatoriale filosovietico. Si ruppe l’unità fra le forze politiche che avevano gestito la guerra di Liberazione. Il referendum Repubblica-Monarchia diede la vittoria alla Repubblica ma ratificò una spaccatura: nel Centro-Nord, dove risiedeva la maggioranza dei votanti, vinse la Repubblica, al Sud la Monarchia con una schiacciante maggioranza. I comunisti furono espulsi dal governo del Paese. I processi avviati dalla magistratura per punire i crimini di guerra furono sospesi e i fascicoli, contenenti le prove raccolte fino a quel momento, nascosti. Il ricordo della dura guerra per cacciare i nazifascisti dal nostro Paese si andò man mano attenuando e contemporaneamente si avviò, secondo il mio parere, quel contesto reazionario – che viene denunciato nella domanda – che tenta di mettere in dubbio i valori della guerra di Liberazione e della Resistenza». (g.p.)