«Ecco come il terremoto ci ha cambiato»

15 Settembre 2018

Lo scrittore ha vinto il “Campiello Opera prima” con un romanzo che racconta il post-sisma

Dopo Laudomia Bonanni (che nel 1964 con “L’Adultera”, si aggiudicò il premio Selezione Campiello) un altro aquilano doc domani sarà premiato nell’ambito del Campiello. Si tratta dello scrittore Valerio Valentini che riceverà il riconoscimento “Opera prima”. La cerimonia di stasera a Venezia potrà essere seguita in diretta su Rai 5. Valentini è giovanissimo, compirà 27 anni a ottobre e, qualche mese fa, ha dato alle stampe, con l’editore Laterza, il romanzo “Gli 80 di Camporammaglia”, uno sguardo originale sul post-sisma 2009 vissuto dall’autore in una piccola frazione, Collemare di Sassa.
Valerio, cominciamo con le tue origini e la tua formazione culturale. Dove sei nato, le scuole frequentate, gli autori più amati da bambino e adolescente.
«Sono nato all’Aquila, il 24 ottobre 1991. “Stronzo come Picasso, che era scorpione pure lui. Ma almeno Picasso era un genio”, mi disse un giorno la mia professoressa di Storia dell’arte al Liceo (e la mia ragazza dice che aveva ragione, e non solo rispetto alla genialità di Picasso). Il Liceo, nella fattispecie, era il Classico: il Cotugno, frequentato per il biennio del Ginnasio nei locali della biblioteca provinciale, poi a Palazzo Quinzi fino al 2009. L’ultimo anno invece in via da Vinci. Da piccolo, e poi da adolescente, in verità ho letto pochissimo: ai tempi delle elementari e delle medie, a Sassa Scalo, mi divertiva molto di più passare i pomeriggi all’aia del mio paese, Collemare: si giocava a pallone, si andava in giro in bici, si perdeva un sacco di tempo in cose sommamente inutili. Al massimo ascoltavamo e commentavamo le canzoni di De André e Rino Gaetano. La passione per la letteratura è arrivata molto più tardi, quasi con la maggiore età. La prima sbornia è stata per Pavese, credo, poi Sciascia e Pasolini, Vittorio Sereni e Giovanni Raboni e Franco Fortini. Di stranieri, soprattutto francesi, soprattutto dell’Ottocento: Flaubert più d’ogni altro. E direi che l’elenco telefonico può chiudersi qui».
A un certo punto, nel 2010, decidi di lasciare Collemare. Come matura questa decisione? Fu solo per motivi di studio o quel piccolo mondo antico fra le montagne aquilane ti era diventato troppo stretto?
«Direi che a 20 anni le ragioni che ti spingono ad andare via di casa sono un po’ le stesse per tutti, da sempre: la ricerca dell’indipendenza, la voglia di provarti nella vita autonoma, il non voler rendere conto a nessuno dell’ora in cui rientri la sera. Ma c’era, credo, anche una certa consapevolezza di quanto restare all’Aquila fosse limitante: già prima del terremoto mi appariva una città svogliata, pigra, accartocciata su se stessa. La devastazione del 6 aprile, semmai, arrivò a farmi vivere con un certo senso di colpa il voler abbandonare questi luoghi: quello della fuga mi sembrava un privilegio vile. Ma ormai avevo deciso: vinsi una borsa di studio all’Università di Trento, e quella fu la scusa per andare».
Arriviamo al libro. Dove parte la spinta per cominciare a raccontare un’esperienza, quella del sisma 2009, che per la città e per tanti aquilani è stata una vera e propria cesura nella storia?
«Credo che la motivazione sia scaturita dalla voglia di rispondere a una domanda, in fondo: se, cioè, nascere e crescere in un posto così marginale come Collemare fosse stata più una fortuna o più una condanna. Inoltre, nell’estate 2015, quella della mia laurea, ero in anticipo coi lavori della stesura della tesi, e per non annoiarmi cominciai a scrivere. Così nacque l’idea del libro. A ripensarci ora credo di non esserci neppure riuscito a dare una risposta a quella domanda che mi ronzava in testa: ma questo, credo, conta assai meno».
Il tuo libro è originale – oltre che ben scritto ma questo è quasi superfluo dirlo – perché in realtà partendo dal terremoto racconti un mondo che cambia. Con l’occhio del 18enne metti in luce profonde modifiche socio-culturali che il sisma semplicemente accelera. Quando ti sei accorto che tutto non sarebbe stato più come prima?
«Mi sforzo di pensarci, ma non riesco a intravedere un momento esatto. Certo, i mesi vissuti nella tendopoli autogestita, costruita un po’ abusivamente sull’aia di Collemare, mi fecero riflettere molto su quello che stava accadendo: certe litigate furiose, certe crisi di nervi mie e di chi mi stava intorno, mi parlavano di una rottura ormai in atto. Ma a riguardarla col senno del poi, tutta la mia adolescenza mi sembra ora come un lungo, lentissimo distacco, un tribolato, ma perlopiù inconsapevole, abbandonare un certo modo di stare al mondo, ed entrare nel mondo nuovo, quello della tecnologia e della velocità, delle connessioni sempre più facili e delle distanze sempre più brevi. Mi sembra insomma di aver vissuto, da testimone direttamente coinvolto nella storia, l’epoca dell’irruzione della modernità nell’Italia rurale, quella appunto di Camporammaglia: e questa novità produceva cambiamenti e nevrosi, in me e nei miei compaesani, che ho sempre trovato divertenti da analizzare e raccontare. Il terremoto, in questo senso, non è che una forma parossistica e traumatica di questo stravolgimento e come gli altri – la televisione, la cultura pop, la banda larga – mette in crisi i valori tradizionali degli abitanti dei piccoli borghi appenninici. E non solo: ne esaspera alcuni, ne fa crollare altri».
I personaggi che descrivi appartengono a epoche diverse e hanno comportamenti che da una parte richiamano la civiltà contadina in disfacimento e dall’altra un difficoltoso approccio con la modernità. Un giovane dentro questo apparente contrasto come si pone?
«Con gli occhi divertiti di chi in fondo, di tutte queste trasformazioni, non vede che gli aspetti più esaltanti, o grotteschi e tralascia – o quantomeno ridimensiona – quelli drammatici. Vedere imprecare mio nonno davanti al nuovo cellulare, la prima volta che gliene regalammo uno, quelle sue dita callose, enormi, sui tasti microscopici del Nokia, per me era uno spasso. Un po’, credo, come per lui vedermi impegnare, inutilmente, a utilizzare la zappa o la roncola. Ecco, questo passaggio di consegne, tra una generazione contadina, refrattaria alla storia, e una ipermoderna, entusiasta di entrare nel flusso della contemporaneità, in posti come Camporammaglia è avvenuto in un tempo molto ristretto: e questo ha prodotto più attriti, più fraintendimenti e più traumi che altrove. Ritrovarcisi in mezzo, da un certo punto di vista, è stata una fortuna».
Oggi, a soli 27 anni, sei un giornalista già affermato e il premio Campiello Opera Prima arriva come la ciliegina sulla torta. La tua scelta di andar via dall’Aquila è definitiva?
«Ma no, direi che non lo sarà mai, definitiva. Non so però se arriverà mai la scelta definitiva di tornare. Se non ci penso troppo, all’idea di dover scegliere, questa condizione di spiantato non mi dà neppure troppa angoscia. Ma il legame ovviamente resta, ed è forte: non saprei dire come evolverà».
Hai scritto anche della ricostruzione dell’Aquila, come vedi oggi il futuro della città e cosa diresti a un giovane della tua età tormentato dalla scelta fra restare e andare via?
«No, nei panni del maestro che dispensa consigli ai giovani proprio non riesco a starci. Quello che più odiavo, a vent’anni, erano i consigli dei più grandi e a quell’età, credo, è giusto così. Se si sente la voglia di andare, di vedere il mondo da un’altra angolazione, è giusto andare. Tutto qui. Quanto all’Aquila ci passo poche settimane all’anno ormai: dunque quello che vi accade lo giudico a bassa voce. Mi pare che, al di là della ricostruzione materiale, che ormai – almeno per le strutture private – mi risulta sia ben avviata, manchi ancora un’idea organica sulla città che dovrà essere. Non c’è, e forse non c’è mai stata davvero se non a sprazzi e limitata a una ristretta minoranza dei cittadini, la voglia di discutere seriamente, di interrogarsi su come vogliamo che sia la nuova L’Aquila, che inevitabilmente dovrà essere un po’ diversa da quella di prima, ma non per questo in discontinuità, anzi. Il discorso riguarda tutti, ovviamente, non solo la cosiddetta classe dirigente locale, politica e imprenditoriale. L’intenzione di partecipare attivamente al rilancio della città, di non stare soltanto a guardare, si è manifestata nei primissimi mesi che hanno seguito il 6 aprile, in forme magari un po’ scomposte, un po’ sbracate, ma comunque generose: poi, ben poco. Certo, affrontare una ricostruzione così complessa in concomitanza con una crisi così dura non ha aiutato: ma forse c’è stato anche poco spirito d’iniziativa per rilanciare sia l’economia – e la mancanza di lavoro mi sembra appunto l’emergenza più grave – sia quel po’ di vita culturale e associativa che pure, prima del terremoto, movimentava almeno in parte la città. Ecco, se proprio devo fare il vecchio trombone, direi questo ai giovani o sedicenti tali: che si vada via o che si resti, evitiamo che a ripensare L’Aquila siano persone con poca vitalità d’animo, specie se indicano in un’ulteriore chiusura, in un orgoglio autocelebrativo un po’ sciocco e vuoto, una possibile soluzione. Ma ora, me ne rendo conto, sto alzando la voce, quindi mi fermo».
Stai già pensando al prossimo libro?
«Beh, con tutto l’imbarazzo del caso, diciamo di sì. Ma diciamo solo questo, per ora».
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