Ecco perché i bulli vanno fermati Il gip: c’è il pericolo emulazione

11 Settembre 2022

L’ordinanza che ha portato a tredici misure cautelari e a 23 Daspo Willy: «Condotte illecite allarmanti Forte pregiudizio verso la comunità cittadina, spesso inerme spettatrice di risse e azioni violente» 

L’AQUILA. «Lo scopo è garantire tranquillità e serenità nel centro storico dell’Aquila». Così il questore Enrico De Simone ha sintetizzato l’operazione e i provvedimenti adottati contro le gang (almeno tre) che per mesi hanno tenuto sotto scacco il centro storico tra risse, spaccio di droga, degrado e non ultimo veri e propri atti violenti a scopo intimidatorio ed estorsivo nei confronti dei giovanissimi della città. Una situazione più volte denunciata dai commercianti del centro, ma anche dagli stessi cittadini. L’operazione ha portato all’esecuzione di tredici misure cautelari (6 arresti, 7 affidi in comunità) e 23 Daspo Willy. Trentadue in tutto gli indagati tra i 15 e i 19 anni.
L’ALLARME SOCIALE
«Ritenuto che sussistano per gli indagati le esigenze cautelari, cioè il pericolo attuale di commissioni di reati analoghi a quelli per cui si procede», scrive il gip Cristina Tettamanti che ha firmato i provvedimenti, «desunto dalla pluralità e gravità delle condotte delittuose, dal contesto e modalità in cui risultano eseguite. Allarmante, infatti, risulta la presenza di gruppi di giovani nel contesto cittadino, fra loro in contrasto, ma ognuno caratterizzato dall’unitario scopo dello smercio di stupefacenti e dall’uso della violenza come mezzo di affermazione, di conquista dell’egemonia necessaria a farsi rispettare e a far rispettare il pagamento degli stupefacenti ceduti a credito. Ciò con forte pregiudizio verso la comunità cittadina, spesso inerme spettatrice di risse a azioni violente da parte di minori nel pieno centro storico. Vi è altresì pericolo che le condotte criminose possano subire un’escalation di violenza, vista la frequenza degli episodi», viene sottolineato ancora nell’ordinanza, «gli interessi economici in ballo e la personalità dei minori coinvolti spesso appartenenti a categorie fragili o poco integrate (fra cui minori stranieri non accompagnati), facilmente acquisibili come membri di un gruppo a causa della necessità di tali soggetti di soddisfare il bisogno di appartenenza».
IL RISCHIO EMULAZIONI
«In un panorama simile, non privo di emulazioni da parte di giovani avvezzi a comportamenti devianti e antisociali, è evidente che», scrive ancora il giudice, «le condotte illecite siano idonee a proseguire finché non arginate da un intervento giudiziario. A riprova del pericolo di reiterazione vi sono gli arresti eseguiti menzionati nell’indagine e divenuti maggiorenni. Ritenuto che sussistano anche le esigenze del pericolo di inquinamento probatorio, poiché è più che verosimile che se lasciati in libertà gli indagati possono incidere con i noti metodi intimidatorio sull’autodeterminazione di persone informate sui fatti al fine di impedire di riferire circostanze utili alle indagini. Basti pensare in proposito le minacce e i conseguenti fondati timori (con le sindromi ansiose connesse e documentate) vissuti dal K. perché visto davanti alla questura e poi intimidito da due giovani con un bastone sotto la sua abitazione».
FAMIGLIE DIFFICILI
Per quello che viene definito dagli inquirenti il leader del gruppo «non può ipotizzarsi efficace applicazione di misura più blanda, poiché con il ruolo di leader del gruppo, risulta essere il principale indagato, gravemente inserito in un contesto anche familiare deviante (il padre è ai domiciliari). Nei suoi riguardi», è riportato ancora nell’ordinanza, «non è ipotizzabile il collocamento in comunità dove pericoloso sarebbe il suo ruolo già noto di leader, ben potendo anche all’interno della struttura utilizzare i metodi minacciosi e violenti per continuare a commettere crimini e non vi è alcuna aspettativa di rispetto delle regole. Tanto meno si può ipotizzare la sua permanenza in casa, stante il contesto familiare non idoneo a garantire distanziamento da condotte illecite e rispetto delle regole. La gravità e la reiterazione delle condotte contestate, il profondo inserimento nelle dinamiche del contesto delittuoso, connesso allo smercio di stupefacenti, lo stile di vita sregolato, dedito all’uso e allo spaccio di stupefacenti, la mancanza di un controllo familiare impediscono di ipotizzare l’efficace applicazione di misure più blande anche nei confronti di altri cinque. Quanto, invece ai restanti (i sette collocati in comunità, ndc) è evidente che non possa immaginarsi la misura della permanenza in casa perché tutti privi di un contesto parentale o familiare idoneo a garantire il controllo e l’astensione dai futuri crimini (sia per l’oggettiva carenza di tali figure sul territorio, sia per la dimostrata mancanza di un efficace ruolo educativo da parte del genitore presente), ma può tuttavia applicarsi la più blanda misura del collocamento in comunità, come richiesto dal pm, attesa la posizione più defilata nella azioni violente e di spaccio e quindi il minor grado di inserimento dei medesimi nel circuito delittuoso, con seguente minore pericolosità di recidiva e reiterazione delittuosa in generale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA