Finte nozze per ottenere la cittadinanza

La coppia e tre testimoni smascherati nel giorno del giuramento. Denaro alla donna per regolarizzare un clandestino
SULMONA. Con la complicità di alcuni amici e di una donna di Sulmona, ha organizzato un finto matrimonio per ottenere la cittadinanza italiana. Protagonista della vicenda Guerroum Abdelkerim, un migrante originario dell’Algeria che ha organizzato nozze fasulle con una 34enne di Sulmona, Camilla Trombetta di 34 anni, per poter diventare italiano. Il processo che vede imputati i due insieme ad altre tre persone, Rochdi Siame, Filippo De Felice e Alex Gatta, tutti accusati di aver organizzato un matrimonio simulato «per favorire la permanenza (dell’algerino) sul territorio dello Stato, in violazione delle norme e delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione», è iniziato martedì scorso. I fatti risalgono a maggio del 2016. I finti sposi vestiti di tutto punto, lei con il bouquet di fiori in mano, si sono recati a Palazzo San Francesco per le prime promesse, accompagnati da tre testimoni. Dopo aver firmato le promesse all’ufficio anagrafe, l’algerino avrebbe ottenuto la cittadinanza italiana mentre la giovane sulmonese un bel gruzzolo in denaro. A smascherare i protagonisti del matrimonio fasullo è stata la polizia attraverso l’attività d’indagine curata dagli agenti dell’anticrimine e dal personale dell’ufficio immigrazione del commissariato di Sulmona. Nel corso della prima udienza del processo che si è tenuta davanti al giudice Francesca Pinacchio, è stato ascoltato l’ex capo dell’anticrimine di Sulmona e attuale sostituto commissario alla questura dell’Aquila Daniele L’Erario, il quale ha ricostruito, passo dopo passo, i particolari delle nozze combinate.
A difendere la 34enne di Sulmona l’avvocato Serafino Speranza, il quale ha cercato di attenuare la posizione processuale della sua assistita dichiarando che la donna ha agito per stato di necessità, permettendo però con la testimonianza resa alla polizia, di far saltare il finto matrimonio.
«In quel momento la mia assistita si trovava in stato di bisogno», sottolinea l’avvocato Speranza, «ed è stata individuata proprio per queste sue esigenze e messa in contatto con il gruppo di persone che dalle indagini, sembrerebbero essere abituati a tenere tale condotta. Oltre al denaro, la donna avrebbe avuto un posto di lavoro e altre agevolazioni. E lei, senza un soldo e con una situazione familiare precaria, ha accettato di recitare la parte della sposa, iniziativa dalla quale però, seppur in extremis, si è tirata indietro tanto da non consentire lo svolgimento del matrimonio».
«Affronteremo il processo con serenità», conclude il legale sulmonese, «consapevoli di poter dimostrare che lo stato di necessità e il particolare momento che attraversava la mia assistita, l’abbiano costretta ad accettare di fare una cosa che in altre circostanze mai avrebbe fatto».
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