Framiva, i sindacati: «Futuro incerto per 60 lavoratori»

20 Giugno 2020

Decisive due scadenze: la sentenza sull’istanza di concordato e gli esiti del mancato pagamento di una rata alla curatela

L’AQUILA. Futuro sempre incerto per i 60 lavoratori della Framiva, la ex Otefal di Bazzano. Dopo lo stop legato all’emergenza Covid, ci sono due scadenze cruciali, secondo i sindacati, sulle quali occorre la massima attenzione da parte delle istituzioni locali, «per evitare che una crisi industriale possa trasformarsi in crisi sociale. In vista di scadenze cruciali per l’intricata vicenda della Framiva», dicono i segretari di Fim, Fiom e Uilm, «ci chiediamo quale futuro attenda i lavoratori del sito di Bazzano. La prima scadenza riguarda la richiesta di concordato presentata dall’azienda al tribunale di Busto Arsizio in relazione a tutti gli stabilimenti italiani, tra i quali è ricompreso quello dell’Aquila. La seconda è legata alle conseguenze di un eventuale mancato pagamento dell’ultima rata e interessi alla curatela fallimentare da parte della Framiva, a fronte dell’aggiudicazione a suo favore del sito di Bazzano avvenuta dopo il fallimento della ex Otefal». Nei mesi scorsi i lavoratori si sono mobilitati contro il rischio di chiusura dello stabilimento e all’inizio di marzo era arrivata la sentenza del tribunale dell’Aquila, che aveva accolto il ricorso dell’azienda contro il provvedimento di decadenza dell’aggiudicazione del sito, rilevato dalla società di Varese nel 2015 alla quinta asta fallimentare. La revoca era stata causata dal mancato versamento dell’ultima rata di acquisizione dello stabilimento, pari a 2 milioni e 700mila euro. Ma la situazione non pare essersi sbloccata: «In questo quadro incerto ciò su cui Fim, Fiom e Uilm ritengono importante tenere i riflettori accesi», dicono i segretari Giampaolo Biondi, Elvira De Sanctis, Clara Ciuca, «è il possibile impatto che questa complicata situazione può avere sull’occupazione di circa 60 Lavoratori. Le sorti di 60 famiglie legate all’esito di queste operazioni. Pur rischiando di essere ripetitivi, non si può evitare di ribadire che il nostro territorio non può rischiare di perdere posti di lavoro perché non è in grado di riassorbire nel tessuto produttivo coloro che perdono l’occupazione. È quantomai opportuno che le istituzioni siano attente e vigili su ciò che accade, perché oggi più che mai una crisi industriale rischia di trasformarsi in crisi sociale».
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