Fucino in ginocchio, 3.300 operai in meno

Confagricoltura e Opoa: bloccati alle frontiere, bisogna ricorrere a disoccupati e a chi prende il reddito di cittadinanza
AVEZZANO. L’emergenza coronavirus paralizza il Fucino: mancano all’appello 3.300 braccianti. Le frontiere chiuse e l’emergenza scoppiata in Italia nelle ultime settimane hanno bloccato nei loro Paesi d’origine il 65% dei braccianti agricoli, che da metà marzo a ottobre normalmente arrivano nella Marsica per lavorare nei campi. Si stima che ogni anno sono impiegati nel Fucino 7.250 operai, di cui il 70%, 5.076, stranieri. Le aziende che a oggi hanno già ripreso il lavoro nei campi, iniziando a seminare carote e patate, sono costrette non solo a fare i conti con le ingenti misure di sicurezza imposte dal decreto del governo, ma anche a dover rinunciare al 65% dei loro braccianti. Mancano infatti all'appello 3.300 lavoratori stranieri e non è chiaro se arriveranno nelle prossime settimane.
FRONTIERE CHIUSE. Hanno trovato le frontiere chiuse i lavoratori stranieri, prevalentemente marocchini e macedoni, che già dai primi di marzo stavano rientrando in Italia per andare a lavorare nel Fucino. L’emergenza coronavirus finora ne ha bloccati più della metà e gli imprenditori agricoli temono per la stagione. «I lavoratori mancanti sono quelli adibiti alla campagna, dalla seconda decade di marzo fino alla fine di ottobre-prima decade di novembre», commenta Fabrizio Lobene, presidente Confagricoltura L’Aquila, «la mancanza di questi lavoratori sta condizionando molto i programmi e gli impegni contrattuali, per cui le aziende stanno rivedendo i piani di semina e di trapianto orientandosi verso colture meno intensive e più meccanizzabili». Se la situazione non cambierà ad aprile, il problema si farà sentire ancora di più con l’apertura dei centri di lavorazione.
IN CAMPO I DISOCCUPATI. «Confagricoltura, per conto delle proprie aziende associate che occupano circa il 75 dei lavoratori, ha iniziato a presentare, tramite il Centro per l’impiego, o sul sito della Regione, la richiesta di manodopera», continua Lobene, «nel caso in cui le richieste non vengano esaudite, saremo costrette a esigere l’impegno dei percettori del reddito di cittadinanza e la reintroduzione dei voucher per studenti, disoccupati, inoccupati, casalinghe e casalinghi».
PRODOTTI FRESCHI A RISCHIO. Per Fabio Ciaccia, amministratore delegato dell’Opoa Marsia, «questa emergenza globale mette in evidenza l’importanza di avere un sistema produttivo agricolo organizzato e capace di soddisfare i bisogni alimentari della popolazione. Abbiamo fondati motivi per ritenere che se il blocco di tutte le attività sarà lungo, provocherà una penuria di beni primari, soprattutto freschi, anche per effetto del blocco delle importazioni».
LFOUNDRY. Intanto le organizzazioni sindacali hanno chiesto a LFoundry di ridurre del 50% il personale nella clean room. «Proponiamo che la produzione all’interno del Fab venga rallentata», precisano nella nota inviata all’azienda, «come il 50% nella clean room, e poi un turno di presenza al lavoro e un turno in cassa integrazione».
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