L’AQUILA
Le scene del Fucino sono simili a quelle delle campagne del basso Lazio e delle distese pugliesi. Marocchini, magrebini, macedoni e pachistani piegati sui campi per ore, fin dalle prime luci dell’alba. In alcuni casi il lavoro di fatica inizia poco dopo la mezzanotte e va avanti senza interruzioni per caricare cinque-sei rimorchi in un giorno. La paga? Sette euro al giorno, quando va bene. Cinque euro, se si è sfortunati. La manovalanza nei campi del sistema agricolo abruzzese sconta, purtroppo, ancora alcune sacche di illegalità. Marginali sì, ma che pensano su un sistema di sfruttamento e di caporalato che ha il volto della vergogna e di braccianti usati come “bestie da soma”, parafrasando il celeberrimo dipinto di Teofilo Patini di fine ’800. Questo o niente, per molte braccia straniere finite dritte nella rete di datori di lavoro senza scrupoli: un sistema attenzionato, in passato, anche dalla procura di Avezzano che ha avviato indagini per verificare la possibile presenza di infiltrazioni criminali.
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Contro l’illegalità e lo sfruttamento dei braccianti si battono sindacati e associazioni di categoria, che hanno messo in campo una serie di iniziative per arginare il fenomeno e verificare la correttezza delle norme. Le hanno chiamate così: brigate del lavoro.
Un’iniziativa di «sindacato di strada», promossa dalla Flai-Cgil, il sindacato agroalimentare, che ha approntato squadre di sindacalisti e volontari che battono le campagne, le aziende e le aree rurali della regione per contrastare il caporalato. Si ripartirà a fine giugno, dopo la prima sperimentazione dello scorso anno, per raggiungere i lavoratori, spesso stranieri e stagionali, nei luoghi più isolati dell’Abruzzo rurale e informarli sui loro diritti, sulle tutele del Contratto collettivo nazionale e sul salario minimo.
«Nel Fucino, in particolare», spiega Luigi Antonetti, della Flai Cgil, «abbiamo aperto due anni fa uno sportello contro il caporalato, a Trasacco, dove facciamo anche attività di tutela individuale e collettiva e patronato. Un’azione di contrasto all’irregolarità che non si limita al lavoro di ufficio: abbiamo fatto riunioni nelle moschee, all’interno delle associazioni e abbiamo messo in atto le Brigate del lavoro andando direttamente nei campi a parlare con i braccianti, a distribuire depliant informativi sui contratti collettivi di lavoro e sui diritti che le aziende devono rispettare».
La solidarietà sindacale squarcia il velo di realtà di sfruttamento dove le condizioni di lavoro sono al limite. «L’iniziativa dello scorso anno ha avuto un riscontro pratico perché abbiamo scoperto nel Fucino sacche di sfruttamento, soprattutto tra le realtà più piccole», evidenzia Antonetti, «il 20 maggio 2024 è nata la Rete agricola di qualità a cui ha aderito una novantina di aziende in tutta la provincia dell’Aquila, la maggior parte del Fucino dove si concentra l’attività agricola. Ma 90 aziende su 500 sono un risultato ancora minimo che ben delinea la portata del fenomeno».
La Cgil opera in sinergia con Cisl, Uil e le altre associazioni di categoria «con un’opera di sensibilizzazione volta a far entrare più aziende possibili nella Rete di qualità».
«Le piccole aziende, che sono tantissime, più facilmente sottopagano i lavoratori», aggiunge Antonetti, «c’è una sorta di regola non scritta: se vuoi lavorare il prezzo è questo, altrimenti non lavori. Un fenomeno che in Abruzzo non è così marcato come nel Lazio, in Calabria o in Puglia, dove i numeri della manovalanza sono molto più alti, ma che in parte esiste anche da noi. E va contrastato». La Coldiretti Abruzzo, per bocca del direttore regionale Marino Pilati, invita «ad una giusta distinzione. Tutte le nostre aziende associate, a cui gestiamo le buste paga, hanno l’iscrizione alla Rete del lavoro agricolo di qualità, che consente di verificare i requisiti dell’azienda stessa e l’applicazione delle norme di tutela dei lavoratori. C’è una preistruttoria dei controlli, con le società agricole che vengono monitorate. Abbiamo anche un codice etico all'interno che segue scrupolosamente la legge 199 nazionale sul caporalato: prevede che tutte le aziende non in regola o che hanno avuto una segnalazione vengono allontanate automaticamente dall'associazione».
Una sorta di filtro contro qualunque tipo di sfruttamento lavorativo degli operai e del personale «perché il nostro principio cardine è che non c’è un prodotto di qualità senza un lavoro di qualità», spiega Pilati, «in Abruzzo ci sono delle sacche di sfruttamento lavorativo, nel settore agricolo, ma anche in altri comparti come quello turistico e dell’edilizia. Ma non bisogna generalizzare: nel Fucino, dove c’è un grande utilizzo di manodopera, fenomeni di caporalato possono attecchire più facilmente. Dobbiamo tracciare un solco ben preciso: le aziende agricole che solitamente sfruttano i dipendenti sono anche quelle che fanno concorrenza sleale al 99% delle società sane che sono sul nostro territorio. Parlo del prezzo di uscita del prodotto. Se un operaio viene pagato il 50% se non il 70% in meno rispetto alla paga oraria dovuta, è chiaro che il prodotto può essere venduto a meno». Quanto al fenomeno del caporalato in Abruzzo, Coldiretti, che ha attivato una rete di controllo e aperto tavoli di monitoraggio con le Prefetture e con gli enti bilaterali, non nega l’esistenza del caporalato, ma lo relega «a casi sporadici e numericamente poco rilevanti rispetto a regioni dove l'utilizzo di manodopera per la raccolta dei prodotti nei campi è maggiore».