Furbetti del cartellino, primo patteggiamento

Sei mesi per una dipendente di coop: a giudizio 6 impiegati del Comune, custodi del museo prosciolti
SULMONA. In città, ma soprattutto negli ambienti di palazzo San Francesco, la convinzione generale era che l’inchiesta penale si concludesse in una bolla di sapone. Ma per i furbetti del cartellino del Comune di Sulmona, ieri mattina, è arrivata la prima condanna. Luminita Josub, dipendente di una cooperativa di servizi, in accordo con il pubblico ministero, ha infatti chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini di preliminari Giuseppe Ferruccio, di poter patteggiare la pena di sei mesi e 20 giorni e 240 euro di multa.
«Abbiamo deciso di chiudere la storia già in questa fase per mettere la parola fine a una vicenda che ha profondamente turbato la mia assistita», è stato il commento dell’avvocato Alessandro Tucci, difensore della Josub, «lei si è solo prestata alla volontà altrui, il badge infatti non era suo, per mantenere sereni i rapporti nell’ambiente in cui lavorava. E a questo punto, per lei, contava solo chiudere definitivamente questo triste capitolo».
L’avvocato Tucci, infatti, ha anche annunciato che la sua assistita non ricorrerà in Appello.
Per i restanti otto dipendenti comunali, accusati di false attestazioni e di truffa, il gup ha deciso di rinviarne a giudizio sei e proscioglierne due. La prima udienza del processo per Marco Chiavari, Giovanni Del Signore, Stefano Pezzella, Venanzio Piccoli, Mirella Santilli e Felicia Vanacore è stata fissata al 18 febbraio del 2020. Mentre Marino Cagnone e Roberto Fonte, custodi del museo civico, escono definitivamente dalla storia.
Ieri nel corso dell’udienza i difensori degli imputati, e in particolare gli avvocati Alessandro Margiotta e Alberto Paolini, hanno contestato la validità probatoria delle riprese fatte dalla Guardia di finanza in quanto autorizzate solo dal pubblico ministero e non dal giudice per le indagini preliminari. Richiesta che il giudice Ferruccio ha rigettato. Oltre ai nove comparsi ieri davanti al gup, l’inchiesta penale vedeva coinvolte altre 15 persone per le quali il sostituto procuratore Stefano Iafolla, dopo aver letto le memorie difensive, ha chiesto l’archiviazione. Per loro è stato fondamentale il fatto che nel documentare gli allontanamenti dal posto di lavoro, la Guardia di finanza abbia utilizzato una sola telecamera. La prima volta posizionandola a Palazzo San Francesco e poi smontata e rimontata nella caserma Pace. Per cui non è stato possibile certificare se i dipendenti che lavoravano nella sede distaccata della caserma Pace, quando si allontanavano dal lavoro, lo facevano per raggiungere Palazzo San Francesco per questioni di lavoro, come sostenuto nelle memorie difensive, o se invece si assentavano per fatti propri recandosi al mercato, in banca o per incontri amorosi come sostenuto dalle Fiamme gialle.
Ora spetterà al Gip decidere se allinearsi con la decisione della procura o se rigettare le richieste di archiviazione ordinando nuove indagini.
Nel frattempo il Comune si è costituito parte civile nell’inchiesta penale rilevando nel comportamento dei dipendenti assenteisti, un danno d’immagine per l’Ente.
Mentre vanno avanti anche l’inchiesta per danno erariale che vede coinvolti 18 dipendenti ai quali la procura della Corte dei Conti ha chiesto la restituzione di 275.584 euro di cui 215 mila per danno d’immagine, 50mila per danno da disservizio e 10.584 per indebita retribuzione oltre a interessi, rivalutazione e spese di giustizia, oltre a quella amministrativa culminata con trentadue provvedimenti disciplinari tra i quali un licenziamento e sei sospensioni dal lavoro. Provvedimenti che i dipendenti interessati hanno impugnato davanti al giudice del lavoro perché ritenuti tardivi. (c.l.)
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