Gabrielli: «Non è il terremoto a causare vittime, ma l’uomo»

16 Gennaio 2015

Intervista al capo della Protezione civile: «In caso di calamità naturali siamo bravi nelle emergenze ma io dico agli amministratori comunali: la battaglia la vince chi si è preparato prima»

AVEZZANO. «Facciamo prima e non fate presto» è la frase-slogan con cui il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, lancia la parola d’ordine nel campo della prevenzione. Lo fa in occasione del convegno “Cento anni dal terremoto: il percorso della cultura sismica”, che si sta svolgendo in occasione del centenario del sisma del 1915. Il capo del dipartimento della Protezione civile è stato anche prefetto dell’Aquila e sono state tante le emergenze da lui gestite negli ultimi quattro anni, dal naufragio della Costa Concordia alle recenti alluvioni in Liguria.

Dottor Gabrielli, oggi il dipartimento di Protezione civile gestirebbe meglio una catastrofe simile a quella del 1915, tanto da risparmiare delle vittime?

«I terremoti non fanno le vittime, sono gli edifici che collassano provocando al loro interno possibili morti, a causarle. Sono molto importanti il momento e il luogo in cui avviene il sisma; nel nostro Paese circa il 65% del patrimonio abitativo non è adeguato al rischio sismico. Per questo motivo anche oggi un evento di quella portata causerebbe un numero elevato di danni. Significativo è anche l’intervento dei soccorsi che, dalla nascita del servizio nazionale di protezione civile, presenta una capacità gestionale delle emergenze di gran lunga superiore a quella del passato. Nonostante i progressi compiuti nel tempo, anche oggi gestire un terremoto violento come quello del 1915 sarebbe molto impegnativo».

Rispetto all’era Bertolaso, quali poteri ha oggi il corpo della Protezione civile?

«Sotto questo punto di vista abbiamo fatto un po’ come il gambero. Quando venne creato il Sistema nazionale di protezione civile, vennero conferiti grandi poteri al presidente del consiglio, che ne è il capo. Sono più modestamente il capo del dipartimento di cui si avvale il presidente dei ministri. Mentre nell’era Bertolaso le ordinanze venivano firmate dal presidente del consiglio, oggi le firma il capo del dipartimento, pertanto ho un carico di responsabilità maggiore e molto meno potere rispetto al mio predecessore. Con il tempo, nel nostro paese, invece di punire l’uso improprio dello strumento, si è reso inoperoso lo strumento stesso, cosicché oggi ci troviamo ad affrontare le emergenze con armi spuntate».

“Io non rischio” è solo una delle campagne nazionali di comunicazione adottate dal dipartimento per fare prevenzione. Quanto pensa che i cittadini si siano interessati a questa iniziativa?

«“Io non rischio” è una delle iniziative cui tengo di più di questi ultimi quattro anni. Credo che i temi della protezione civile siano essenzialmente culturali e che la cultura possa diffondersi attraverso la consapevolezza. All’inizio di questo percorso abbiamo capito di avere a disposizione due risorse: la comunità scientifica e il volontariato. Abbiamo sfruttato i mezzi dell’una e la consapevolezza dell’altro. Abbiamo formato i volontari in modo che parlassero ai propri concittadini, così da rendere la campagna un punto di riferimento per tutta la comunità. Purtroppo i risultati sono stati minori dello sforzo impiegato, ma non bisogna arrendersi. Trovo isole di sensibilità nella scuola e nei ragazzi che sono la luce in fondo al tunnel. Se riuscissimo a far passare questi temi come vissuto quotidiano all’interno delle scuole, potremmo avere la certezza di un futuro migliore».

Crede sia opportuno attivare dei corsi di primo soccorso nelle scuole?

«Tutto si può fare, infatti a volte ci perdiamo nelle cose più banali. Nel nostro Paese spesso c’è una difficoltà nella percezione del rischio. Siamo bravissimi nel gestire le emergenze, perché ci mettiamo il cuore, ma poco inclini nel prevenirle. La mancanza di questa visione prospettica penalizza il futuro di voi giovani. Questo perché tendiamo ad essere individualisti, come nel caso dei rifiuti: tutti ne vogliamo lo smaltimento ma non la discarica sotto casa».

Lei ha conosciuto molti volontari. Potrebbe farci il ritratto del volontario di protezione civile?

«Il volontario è innanzitutto libero perché si pone volontariamente al servizio degli altri. è poi un cittadino che meglio e prima di altri ha capito l’importanza della sicurezza. Utilizziamo spesso il paragone dato dall’opera di Andy Warhol per spiegare il moderno concetto di protezione civile. Il quadro ripropone la prima pagina del Mattino titolata “Fate presto”. In questa frase c’è il concetto vecchio di protezione civile. Noi l’abbiamo trasformata in “Facciamo prima”. Questa è la moderna filosofia seguita dal volontario».

Cosa ci può dire sui piani di emergenza di un Comune?

«Un Comune deve avere un piano di protezione civile che sia conosciuto da tutti e non chiuso nel cassetto. Tutti devono sapere quali sono le situazioni di criticità e i comportamenti corretti da seguire in caso di emergenza, anche quelli più banali. La battaglia la vince chi si è preparato prima».

Qual è la sua opinione riguardo l’utilità delle prove di evacuazione nelle scuole e negli edifici pubblici?

«Le prove di evacuazione sono importanti ma, a volte, seguiamo le regole in maniera troppo ripetitiva, senza cogliere le diversità. Le regole generali non vanno seguite con superficialità, ogni situazione richiede un comportamento specifico. Non bisogna farsi paralizzare dalla paura, ma agire in maniera razionale. La consapevolezza è l’arma migliore che abbiamo a disposizione per tutelarci».

Roberta De Blasis

Martina Mancinelli

Claudia Giardini

Marta Sterpetti

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