Gallese: «Il mio lavoro è stato frainteso»

Lo psichiatra si difende dal carcere. Aratari parla di un complotto ai suoi danni. Latitante in Galles un ex carabiniere
AVEZZANO. Lo psichiatra Angelo Gallese parla di fraintendimento e nega ogni addebito. Il professor Arnaldo Aratari sostiene di essere al centro di un complotto. Parola alle difese a 48 ore dalla retata dei finanzieri che su disposizione del gip del tribunale di Avezzano, Maria Proia, hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare.
I FATTI CONTESTATI. Un giro di falsi certificati medici per domande risarcitorie dopo incidenti stradali, istanze di congedo per malattia al proprio datore di lavoro, domande di invalidità o di esonero dal presenziare ai processi. Le accuse, a vario titolo, vanno dalla corruzione alla frode processuale, dalla falsità materiale e ideologica commessa da pubblici ufficiali in atto pubblico alla frode assicurativa, fino alla truffa ai danni dello Stato e al favoreggiamento. Accuse suffragate da video registrati da una telecamera nascosta nello studio di Gallese e da intercettazioni telefoniche.
NEGANO CON FORZA. Accuse respinte con forza, però, sia da Gallese che da Aratari. Lo psichiatra e dirigente Asl, responsabile del Centro di salute mentale, è stato interrogato per rogatoria nel carcere di Pescara dal gip del tribunale adriatico, Antonella Di Carlo. Assistito dal suo legale di fiducia, l’avvocato Franco Colucci, Gallese ha chiarito la propria posizione, negando ogni addebito, e sottolineando che «le modalità di svolgimento del proprio lavoro sono state mal interpretate dagli organi inquirenti». Allo stesso modo, Aratari, titolare di una struttura sanitaria nella Marsica, ha respinto ogni addebito, parlando di «una macchinazione ai suoi danni da parte degli investigatori». Gli avvocati di Aratari, Antonio Valentini e Dario Visconti, hanno presentato una richiesta al Riesame per la revoca della misura cautelare in carcere. Gli stessi legali sottolineano la «poca consistenza dell’accusa» e tengono a precisare che il loro assistito, per ben due volte in passato, aveva chiesto di essere interrogato. Richieste cadute nel vuoto. Si è avvalso della facoltà di non rispondere, invece, l’altro indagato finito in carcere, il rom avezzanese Orlando Morelli, difeso dall’avvocato Colucci. Gli altri interrogatori sono in programma tra domani e martedì. Il collegio difensivo è composto anche dagli avvocati Antonio Milo, Mario Del Pretaro, Cesidio Di Salvatore, Stefano Guanciale e Berardino Terra.
«ALFONSI ESTRANEO». L’avvocato Di Salvatore evidenzia la posizione del suo assistito, Gianluca Alfonsi, luogotenente della Guardia di finanza, molto conosciuto per le sue attività politiche. Alfonsi è consigliere della Provincia dell’Aquila e del Comune di Gioia dei Marsi. «Il mio assistito, Alfonsi, oltre a essere completamente estraneo ai fatti per i quali sono state disposte misure cautelari di vario genere», afferma Di Salvatore, «è certo di non aver commesso nemmeno la violazione del segreto d’ufficio ipotizzato a suo carico e di cui fornirà piena dimostrazione nel prosieguo delle indagini, sempreché sia necessario. E infatti, la sua posizione di mero indagato, avendo il pm inquirente presentato richiesta di proroga delle indagini, opposta davanti al gip dallo stesso Alfonsi, potrebbe essere definita con la richiesta di archiviazione e quindi allo stato, dovrebbe essere coperta dal segreto istruttorio, con preclusione di qualsivoglia pubblicazione, di cui, comunque, al di fuori di un comprensibile disagio per sé e la sua famiglia, non ha nulla da temere».
EX CARABINIERE LATITANTE. Tra le dieci persone raggiunte da ordinanze di custodia cautelare è ancora irreperibile il 51enne carabiniere Giuseppe Agostinacchio, in congedo dal novembre 2016, che si trova in Galles dove si sarebbe trasferito per vivere lasciando Roma. L’uomo, colpito dalla misura degli arresti domiciliari, attraverso il suo avvocato ha comunicato alla Procura di non avere intenzione di tornare in Italia e consegnarsi alla giustizia. Gli inquirenti valutano la possibilità di spiccare un mandato di cattura internazionale che automaticamente porterebbe all’inasprimento della misura con il carcere.
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