«Gli aquilani non sono solo Sant’Agnese»

L’avvocato Tosone replica all’intervista di Raffaele Colapietra al Centro: la sua è un’analisi ingenerosa
L’AQUILA. «Ingenerosa». Così l’avvocato Pierluigi Tosone, da sempre attento ai problemi della città, definisce il giudizio critico espresso dal professor Raffaele Colapietra, nell’intervista rilasciata ieri a il Centro. E nella quale ricostruiva le origini storiche della tradizione aquilana della maldicenza legata alla festa di Sant’Agnese. «Non sono tra coloro che festeggiano Sant’Agnese - spiega Tosone -, non l’ho mai fatto, pur conservando gelosamente le goliardiche invettive che mio zio Dario ed i suoi amici, tutti ormai passati a miglior vita, si rivolgevano reciprocamente tra astanti in occasione della rituale cena presso la Trattoria degli Asini, in piazza San Biagio». E sebbene d’accordo con Colapietra «nell’evitare di concedere alla giornata di Sant’Agnese, una dignità socio-culturale che non ha mai avuto e né tantomeno ha oggi», l’avvocato non nasconde la sua contrarietà sul «ritratto» che il professore disegna dell’«aquilano “ipocrita, classista, chiuso ed invidioso”, che alle mie orecchie suona più come un suo vecchio e del tutto personale rancore nei confronti della città che come una corretta analisi dei suoi concittadini». Anche se, ammette Tosone, «gli aquilani sono chiusi, chiusi tra le montagne come lo sono i ladini e tutta la gente di valle, forse per questo un po’ restii alle novità», di certo però non sono «ipocriti, anzi, al contrario incapaci di simulare fino ad essere fin troppo diretti nell’esprimere opinioni». Insomma, «gli aquilani sono forse un po’ troppo “rugbisti”, preferendo il contatto diretto ed a volte lo scontro con il proprio avversario all’eloquio falso ed insincero». Tosone ricorda « le parole di una vecchietta, che, nell’immediatezza del sisma, ad un giovane volontario che tentava di convincerla a trasferirsi dal suo paesino in una struttura per anziani rispose: “Portaci mammeta all’ospizio”. Ecco forse siamo così, un po’ ruvidi, tutt’al più diffidenti ma non invidiosi e questo lo abbiamo dimostrato con la dignità con la quale da anni sopportiamo la fatale croce della ricostruzione della nostra città, invidiando al massimo e bonariamente la normalità di chi ha un corso lungo il quale passeggiare». L’Aquila, quindi, «soffre dei tipici mali della provincia italiana, nulla di più». E gli aquilani, conclude, «non sono la festa di Sant’Agnese ma forse qualcosa di più».

