Gli archeologi svelano il calendario romano trovato ad Alba Fucens

Il raro reperto indicava giorni, festività ed elenco dei consoli Conferenza al castello con Letta organizzata dal Rotary
AVEZZANO. Tra i reperti venuti alla luce negli ultimi anni ad Alba Fucens ve n’è uno di straordinaria importanza, di cui però si è parlato poco. Si tratta di un calendario romano, che abbraccia un periodo che va dall’89 a.C. al 42 d.C.. Un esemplare raro, perché, oltre all’indicazione dei giorni e delle festività e all’elenco dei consoli che si susseguivano ogni anno (fasti consiliari), è dipinto sull’intonaco di una parete rettangolare. L’eccezionale scoperta è stata fatta nel 2011, nella zona del Foro, da un’équipe di archeologi dell’Università di Bruxelles, nell’ambito degli scavi ai quali hanno partecipato anche archeologi delle Università di Pisa, Foggia e Napoli. Dopo il ritrovamento è iniziata l’opera di ricostruzione dell'importante reperto. A parlarne è stato il professor Cesare Letta, dell’Università di Pisa, in una conferenza organizzata dal Rotary presieduto da Massimo Nicolai e tenutasi al castello Orsini di Avezzano. Conferenza seguita da molti studenti. «I romani», ha esordito il professor Letta, «intendevano il calendario come un quadro da appendere. La ricostruzione di quello di Alba, non ancora ultimata, è stata un’opera di ricomposizione, di lettura e di interpretazione: un lavoro difficile e complesso, in cui ci sono stati d’aiuto anche i testi letterari».
Originariamente, il calendario romano comprendeva 10 mesi, da marzo a dicembre. Dopo di che si smetteva di contare i giorni e si riprendeva il conteggio il marzo successivo. Così l’anno, in totale, durava 304 giorni. Numa Pompilio, secondo re di Roma, aggiunse due mesi: gennaio (29 giorni) e febbraio (28). Inoltre tolse un giorno ai sei mesi che ne avevano 30 L’anno risultava così di 355 giorni. Febbraio però fu diviso in due parti. La prima finiva il 23, la seconda comprendeva i restanti 5 giorni. Ad anni alterni, al termine della prima parte di febbraio, venivano inseriti 22 giorni che, uniti ai 5 della seconda parte, aggiungevano al calendario un mese intercalare di 27 giorni, noto come “mercedonio”. L’anno intercalare risultava di 377 giorni. Nel 46 a.C. Giulio Cesare riformò il calendario: eliminò il “mercedonio”, portò la durata dell’anno a 365 giorni e introdusse l’anno bisestile Nel calendario romano, tre giorni avevano un nome specifico: le Calende, le None e le Idi. Le Calende, da cui derivava il nome di calendario, cadevano il primo del mese. Le None, in marzo, maggio, luglio e ottobre, che avevano 31 giorni (mar-ma-lu-ot) cadevano il 7° giorno e le Idi il 15°. Negli altri mesi, che avevano 29 giorni – eccetto febbraio che ne aveva 28 – cadevano il 5° e il 13° giorno. I romani non contavano i giorni a partire dall’inizio del mese, ma contavano i giorni mancanti alle Calende, alle None e alle Idi. Con l’inizio della Repubblica, l’anno si individuava con i nomi dei consoli in carica. Successivamente si contava dalla fondazione di Roma (753 a.C.) e, con l’affermarsi del cristianesimo, si cominciò a contare dalla nascita di Gesù. Cesare portò anche la settimana da 8 giorni – chiamata anche “ciclo nundinale” perché l’8° giorno si teneva il mercato – a 7. Il calendario romano si componeva di 12 colonne, una per ogni mese. «Nella ricostruzione del calendario di Alba, eseguita tenendo presente il modello pubblicato l'8 d.C. da Augusto», ha precisato Letta, «siamo arrivati alla penultima colonna».
Nella zona dove è stato rinvenuto il calendario, presto riprenderanno gli scavi. L’ha annunciato Emanuela Ceccaroni, funzionaria della Soprintendenza, presente alla conferenza.
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