Gli operai Vesuvius: senza lavoro è la fine

15 Maggio 2016

Le storie degli 83 dipendenti che lottano per difendere lo stipendio. E tremano anche altri 150 lavoratori dell’indotto

AVEZZANO. Integrità, diversità, affidabilità, collaborazione e creatività: questi cinque princìpi troneggiano negli uffici e nell’androne della Vesuvius in via Pertini ad Avezzano e gli 83 dipendenti della fonderia della città se li sono ritrovati scritti anche in busta paga. Una linea aziendale dettata direttamente dagli uffici della multinazionale a Londra che oggi suona come una beffa per i dipendenti dello stabilimento che da giovedì hanno bloccato l’attività produttiva e occupato il sito in attesa di risposte chiare a una domanda: l’azienda finirà all’estero?

«Qui c’è disperazione», sono le prime parole dette dagli operai mentre mostrano gli spazi occupati. Quell’azienda che dal 1998 dà loro un lavoro e per la quale si sono impegnati – arrivando anche a fare tre turni al giorno – oggi non è più una certezza. Sono preoccupati, qualcuno si commuove, raccontano dell’orgoglio per quello che era un fiore all’occhiello del nucleo industriale che rischia di fare la fine di tante altre aziende.

«Ho 53 anni», racconta Antonio Di Carlo, uno dei dipendenti più anziani, «ho una moglie e due figli di 24 e 19 anni. Studiano tutti e a casa l’unico stipendio a fine mese è il mio. Sono molto preoccupato perché ci sono le bollette da pagare, le spese per la casa e gli studi. Abbiamo dato tanto, quando è servito abbiamo lavorato anche di notte per assicurare gli stessi pezzi di altre fabbriche del gruppo».

La Vesuvius di Avezzano produce l’80% degli stampi per gli altiforni delle acciaierie italiane, che ora rischiano il collasso. Da giovedì, infatti, i lavoratori hanno bloccato la produzione. L’azienda ha cercato una mediazione, chiedendo ai dipendenti di consegnare i pezzi già pronti, ma loro si sono rifiutati. Prima vogliono delle certezze, poi sono pronti a ripartire.

«Sono separata e ho tre figli, con un mutuo a carico di 600 euro», spiega Lisa Amicucci, una delle 12 impiegate della Vesuvius, «non prendo un euro di mantenimento e questo lavoro mi serve. Abbiamo avuto il sentore che stava accadendo qualcosa perché da dicembre una società esterna ci osserva e sta preparando uno studio sullo stabilimento. Sappiamo che c’è il crollo della produzione di acciaio in tutto il mondo e il nostro settore è a rischio, ma la nostra è un’azienda florida, siamo uno stabilimento in attivo che ha ridotto i costi producendo lo stesso prodotto».

Nel mondo la Vesuvius ha 120 siti con 12mila dipendenti, copre il mercato europeo e mediorientale. Un tempo arrivava fino in America ma ora la situazione è cambiata. I dipendenti mostrano i cartelli con i cinque princìpi aziendali. «Ci chiudono perché stiamo facendo le cose molte bene», ironizzano in coro.

Alle 13 è pronto il pranzo. In una sala al piano terra le uniche tre donne dello stabilimento e gli uomini che si alternano a turni per coprire l’occupazione mangiano. Qualcuno legge il Centro e commenta le notizie, altri parlano dei problemi della famiglia e qualcuno del vertice in Regione.

«Abbiamo tutto il diritto di sapere che fine faremo», precisa Ivano Petricca, 33 anni, «ho una moglie casalinga e due figli di 6 e 3 anni. Cosa farò se mi licenziano?».

Sul tavolo ci sono linguine al pesto e pasta al sugo, ma in pochi hanno voglia di mangiare. Con il piatto in mano, seduti sulle brandine dove hanno trascorso la notte, si chiedono cosa sarà del loro futuro. La Vesuvius produce 2mila piastre al giorno e con il fermo produzione dall’Ilva di Taranto alle acciaierie dell’Europa centrale tutte rischiano il blocco totale. Questo è l’unico modo che hanno per farsi sentire e avere dalla società una risposta sulla riorganizzazione aziendale. «È vero, costiamo di più di uno stabilimento in Europa dell’Est, ma produciamo di più e meglio», evidenziano con orgoglio. Sono consapevoli delle politiche aziendali, ma non si vogliono arrendere. Al momento le società che costituiscono l’indotto della Vesuvius, con circa 150 dipendenti, sono in attesa di sviluppi. Ma un domani?

«Mi sono sposato ad agosto», conclude Orlando Lustri, 32 anni, «il primo desiderio che abbiamo avuto con mia moglie è quello di fare un figlio, ma adesso visto come stanno le cose forse ci penseremo un po’».

Eleonora Berardinetti

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