Guarito torna a casa, festa in paese «Ho passato un mese di inferno»

3 Maggio 2020

Antonio De Paulis, fornaio, racconta la sua odissea dai primi sintomi del male all’uscita dall’ospedale: «Sono commosso, non mi aspettavo un’accoglienza del genere. Non vedo l’ora di riprendere il lavoro»

SAN VINCENZO VALLE ROVETO. «Non auguro a nessuno di passare un mese come quello che ho passato io». C'è un mix di gioia e dolore nel racconto di Antonio De Paulis, panettiere di Roccavivi, frazione di San Vincenzo Valle Roveto, tornato a casa venerdì dopo aver combattuto contro il coronavirus. Una battaglia che non si aspettava di affrontare dalla quale è uscito provato ma anche rafforzato e con la voglia di tornare quanto prima alla sua vita di tutti i giorni. Dal primo maggio è iniziata per lui la fase di recupero che sicuramente tra i suoi affetti sarà tutta in discesa.
LE PRIME AVVISAGLIE. De Paulis ha iniziato a capire che qualcosa non andava quando la febbre da giorni non scendeva e la debolezza aumentava sempre più. Era la fine di marzo e ancora i casi di coronavirus nella Marsica erano pochi. Pensava di avere una banale influenza, ma nel suo corpo intanto il virus stava prendendo piede. «Avevo la febbre da 8 giorni e, nonostante la terapia, non si abbassava», ha raccontato, «un giorno stavo così male che mi sono fatto accompagnare al pronto soccorso dell'ospedale di Sora dove, dopo avermi fatto la Tac, mi hanno scoperto una brutta polmonite. Da quel momento mi hanno messo l'ossigeno, anche se ancora respiravo bene, e non me lo hanno più tolto fino a quando non sono uscito dall'ospedale. Sono stato ricoverato prima a Frosinone, dove mi hanno portato direttamente dal pronto soccorso di Sora, e poi ho fatto un periodo di recupero di 15 giorni a Fiuggi in una struttura convenzionata con la Asl. È stata dura, pensavo che non ce l'avrei fatta. Ho avuto paura perchè ogni tampone era sempre positivo e non riuscivo a vedere la fine di quest'incubo. Prendevo 5 pasticche la mattina e 5 la sera, parlavo un po' con gli infermieri, ma per il resto della giornata ero solo».
GLI AFFETTI. Anche nei momenti di difficoltà il senso di responsabilità verso la famiglia per De Paulis era così forte che dal letto dell'ospedale pensava ai fratelli con i quali gestisce il forno a Balsorano, alla mamma 90enne e al figlio adolescente. «Non ho mai visto nessuno dei miei cari da quando sono entrato in pronto soccorso a Sora», ha continuato, «chiamavo sempre a casa per sapere come stavano, facevo le videochiamate. Ma non era la stessa cosa. Ero preoccupato per i miei fratelli che dopo 15 giorni di fermo avevano ripreso a lavorare e dovevano fare tutto da soli, per mia madre e per mio figlio. Mi sentivo impotente, stavo lì e non potevo fare niente per loro. Non auguro a nessuno di passare un mese come quello che ho passato io». De Paulis ha pensato tante volte dove e come ha contratto il coronavirus anche confrontandosi con i familiari. «Quando arrivavano i fornitori al forno andavo sempre io ad aprire», ha precisato, «probabilmente proprio in quelle occasioni sono stato contagiato visto che ho saputo solo dopo della morte per coronavirus di un fornitore».
IL RITORNO A CASA. Dopo oltre un mese tra ospedale e riabilitazione il fornaio è tornato a casa e ad accoglierlo c'era tutto il suo rione in festa. Striscioni, battiti di mano e incoraggiamenti gli hanno riempito il cuore e lo hanno fatto anche un po' emozionare. Una festa inaspettata che gli ha dato quella carica in più per ricominciare. «Non mi aspettavo un'accoglienza del genere», ha ricordato con la voce rotta dall'emozione, «è stato qualcosa di unico e speciale. Tutti mi salutavano, sventolavano gli striscioni e mi incoraggiavano. Quando ho rivisto mia madre mi ha semplicemente sorriso e mi ha fatto tanto commuovere. Adesso devo pensare a riprendermi, i miei polmoni devono tornare a lavorare, ho delle terapie da fare e quando starò bene potrò tornare alla vita di tutti i giorni. Sono 32 anni che faccio il fornaio e non vedo l'ora di poter andare al forno ad aiutare i miei fratelli. La mia gioia più grande è stata quella di non averli contagiati».
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