Guerra dei musei Il Maxxi: «Pronti a ogni soluzione»

Il segretario generale della Fondazione replica agli attacchi: «Non rivendichiamo primogeniture su Palazzo Ardinghelli»
L’AQUILA. «Perché il Maxxi a Palazzo Ardinghelli? Forse tre anni fa fu scelto perché il suo tratto distintivo, nei quasi dieci anni di lavoro, è stata la capacità di portare il fermento di esperienze culturali e artistiche internazionali nel contesto vivo, dinamico e aperto della città. Il ministero, tuttavia, valuti ogni ipotesi alternativa».
Non si fa attendere la risposta del segretario generale della Fondazione Maxxi, Pietro Barrera, al dibattito sull’opportunità o meno di aprire in città una sede distaccata del maggiore museo di arte contemporanea in Italia. La polemica, nata in questi giorni da un servizio del Manifesto, a firma di Alessandro Monti, è stata raccolta anche dalla direttrice del Polo museale d’Abruzzo, Lucia Arbace, che ha lamentato la mancanza di «un confronto sull’argomento esteso alle altre istituzioni culturali esistenti in città».
PERCHÉ IL MAXXI? «La domanda è forse mal posta: in un palazzo settecentesco abbandonato da anni, devastato dal terremoto e restaurato mirabilmente dai tecnici del ministero con un generoso finanziamento della Russia, sarebbe stato preferibile ospitare gli uffici territoriali dello stesso ministero o una piattaforma di creatività culturale, aperta, condivisa, al servizio della rinascita della città e in grado di proiettare L’Aquila sulla scena nazionale e internazionale?», chiede Barrera.
LA COLLABORAZIONE. Il segretario risponde anche all’accusa di scarsa collaborazione con le istituzioni del territorio. «Abbiamo accolto l’invito e la richiesta del ministero e ci siamo rimboccati le maniche, lavorando gomito a gomito con la Soprintendenza e con il Segretariato regionale ai beni culturali. Un anno fa abbiamo appreso con responsabilità e gratitudine la decisione del parlamento di accordare per sei anni un finanziamento a questo progetto e abbiamo cominciato a lavorare in rete, incontrandoci e riflettendo insieme alle tante voci della città», spiega. «Con le amministrazioni pubbliche, naturalmente – il Comune, la Regione – ma anche e soprattutto con le istituzioni culturali che innervano la vitalità dell’Aquila: solo per ricordarne alcune, l’Università, il Gran Sasso Science Institute, l’Accademia di belle arti, il Teatro stabile, l’Istituzione sinfonica abruzzese e altre ancora».
L’AQUILA COME ROMA. Il Maxxi dell’Aquila non sarà «un museo statico», spiega Barrera, «ma piuttosto uno spazio di crescita culturale, di contaminazione di linguaggi, integrato come un organo nel corpo vivo della comunità. All’Aquila, come a Roma, stiamo immaginando che il museo, pur custodendo opere preziose, debba essere uno spazio di socialità: il transito da via Garibaldi a piazza Santa Maria Paganica, attraverso la corte di Palazzo Ardinghelli, come la piazza Alighiero Boetti dinanzi all’edificio di Zaha Hadid, nel quartiere Flaminio di Roma».
ALTERNATIVE. «Ci sono idee, risorse, soggetti e progetti alternativi per valorizzare Palazzo Ardinghelli?” si chiede in conclusione il segretario. «Sta al ministero (e al parlamento) valutare ogni ipotesi. Il Maxxi non rivendica alcuna “primogenitura”: ha lavorato intensamente, stretto relazioni preziose, promosso iniziative di fundraising e, soprattutto, elaborato un progetto concreto, realistico e ambizioso, coinvolgendo grandi artisti italiani e internazionali, a partire da Elisabetta Benassi, Daniela De Lorenzo, Alberto Garutti, Nunzio, Ettore Spalletti, Anastasia Potemkina e Paolo Pellegrin. Tutto questo è fin dal primo momento a disposizione, anzitutto della città. Una cosa è certa comunque: chiunque dovesse gestire questo spazio nel cuore dell’Aquila avrà bisogno di un finanziamento pubblico».
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