«Ha perlustrato le epoche con pirotecnica vastità»

28 Aprile 2023

Ora che il suo viaggio tra noi è finito, troppe cose mi vengono in mente, delle tantissime riguardanti Raffaele Colapietra. Cose straordinarie, ovviamente, quali quelle depositate nei suoi libri,...

Ora che il suo viaggio tra noi è finito, troppe cose mi vengono in mente, delle tantissime riguardanti Raffaele Colapietra. Cose straordinarie, ovviamente, quali quelle depositate nei suoi libri, gran parte dei quali sconosciuti da noi e invece altrove largamente acquisiti tra testi di valore fondamentale. Cose mirabili, quali il suo esempio d’incorruttibile dirittura morale e di severo costume etico. Ma pure cose che di solito si vorrebbero tacere, come i dissensi e i contrasti che pure vi sono stati e che tuttavia appartengono alla bellezza del confronto leale di cui si sostanzia il vivere onesto e civile. In questi momenti dolorosi, non so fare di meglio, in memoria di questo grande che ci lascia, se non rifarmi a quel che avevo aggiunto in chiusura del libro dedicato nel 2004 da Enzo Fimiani al monumentale rendiconto delle centinaia di libri fin lì firmati da Colapietra. Il che è un viaggiare nella storia di uno studioso che ha eletto a proprio mestiere la ricerca storica e che inevitabilmente, dunque, si lascia seguire attraverso più estesi e variegati viaggi, tutti suggeriti, con pirotecnica vastità, dalle sue perlustrazioni di fatti, epoche, luoghi, persone. In realtà, si tratta piuttosto di un tentativo d’addentrarsi nel gran viaggio esistenziale di Colapietra che, per dirla con Gadda: «Non fu una corsa traverso lo spazio, ma una costruzione “storica” e uno sviluppo nel tempo». Nessuno riesce a mettere in ordine il mondo, sebbene sia certamente questo quel che dobbiamo impegnarci a fare, ognuno nel proprio specifico, per tentare la scalata verso lo svelamento della ragione giustificante il nostro viaggio d’attraversamento della storia. D’altra parte, per Colapietra come per ciascuno di noi, ogni viaggio cos’è, in fondo, se non la replica del primo consapevole viaggio, quello che, staccandoci da nostra madre, assai più tardi ci ha fatto capire come ogni vero viaggio sia solo la scoperta di noi stessi? Dell’isola-madre non sappiamo fare a meno, tanto che la madre nostra corporale di continuo la surroghiamo con le sue innumerevoli metamorfosi: città, letture, maestri, affetti e quant’altro. E se l’isola-madre s’è ridisciolta tra le spume da cui aveva tratto forma e vigore, ci resta da rinnovare il quotidiano viaggio di ritorno al suo seno. È questo che sogna il professor Isak Borg del Posto delle fragole di Ingmar Bergman. Per Colapietra, invece, si tratta di indagare i tratti e le ragioni delle circostanze, i fattori ordinatori, il dante causa non superficiale, le connessioni strutturali, la riconducibilità all’opera inesauribile del mettere in ordine il mondo. Il ricongiungimento con l’isola-madre, perciò, in Colapietra, è sopra tutto metafora esistenziale e ideologica, etica e morale, dedizione rigorosa e creativa a una ricerca storiografica non avviluppata nelle spire del localismo e dell’effimera cerimoniosità dell’erudizione, tutta tesa alla manutenzione dell’esile sentiero sul quale chiunque possa camminare verso l’assoluto possibile. Non per caso, ne consegue uno stile di vita: quella condotta da Colapietra appare come una vita dolorosamente solitaria e, così scomodamente distaccata dal mondo “normale”, da indurre a scambiare la mole e la qualità della produzione scientifica che ne è scaturita per il frutto di attitudini taumaturgiche piuttosto che per la conseguenza d’una straordinaria energia morale. Ma, appunto, al di qua dell’acquisita atemporalità degli esiti cartacei, c’è la storicità, vividamente perdurante, d’una consistenza umana che molto e generosamente ha dato di sé.
(* scrittore)
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