«Ha ucciso D’Amico»: 15 anni a Paolucci

3 Novembre 2022

La Corte d’Assise condanna in primo grado il macellaio unico imputato per la morte dell’operaio Asm. Aggravanti cadute

L’AQUILA. Quindici anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e una provvisionale di 150.000 euro come risarcimento alla madre e al fratello della vittima. Questa la condanna che la Corte d’Assise, dopo 4 ore di camera di consiglio (dalle 11,20 alle 15,20) ha inflitto a Gianmarco Paolucci, il ragazzo di Bagno di 29 anni – fino all’arresto (nel febbraio 2021) addetto al reparto macelleria di un supermercato sulla statale 17 nei pressi di Bazzano – accusato di aver ucciso, nel primo pomeriggio del 22 novembre 2019, Paolo D’Amico, 55 anni, dipendente dell’Asm trovato senza vita – due giorni dopo – nel garage della sua abitazione in via Colle Toma, una zona isolata nel comune di Barisciano non distante dalla frazione aquilana di San Gregorio. Il pubblico ministero Simonetta Ciccarelli aveva chiesto l’ergastolo. Come si spiega la pena a 15 anni nonostante la riconosciuta colpevolezza? La Corte d’Assise innanzitutto non ha accolto le aggravanti proposte dal pm e cioè la crudeltà e i futili motivi. Un delitto insomma quasi “assimilabile” – semplificando parecchio – all’omicidio preterintenzionale. In realtà c’è un passaggio più tecnico inserito nel dispositivo della sentenza che spiega meglio la vicenda. Si tratta del comma 6 ter dell’articolo 438 del codice di procedura penale che recita testualmente: “Qualora la richiesta di giudizio abbreviato proposta nell’udienza preliminare sia stata dichiarata inammissibile, il giudice, se all’esito del dibattimento ritiene che per il fatto accertato sia ammissibile il giudizio abbreviato, applica la riduzione della pena ai sensi dell’articolo 442”. In poche parole a Paolucci fu negato prima del processo di accedere al rito abbreviato (che non è ammesso per i delitti punibili con la pena dell’ergastolo). Ora, tolte le aggravanti, e quindi eliminata la “possibilità” dell’ergastolo, c’è stata la riduzione di pena prevista dall’abbreviato.
HA PARLATO L’IMPUTATO
«Fatemi uscire da questo incubo, io non ho ucciso nessuno». Con queste parole alle 11 di ieri nell’aula A del palazzo di giustizia, Paolucci si era rivolto alla Corte venti minuti prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio. Paolucci ha parlato per la prima volta. È entrato in aula (è stato presente, ma silente, a tutte le precedenti udienze del processo) scortato da tre agenti di polizia penitenziaria. In mano un quaderno con la copertina azzurra. Si è seduto tra i suoi difensori – gli avvocati Mauro Ceci e Licia Sardo – e ha dato uno sguardo di sfuggita alla pm. Il volto non ha lasciato trasparire, in un primo momento, emozioni. La presidente della Corte, Alessandra Ilari, gli ha chiesto se voleva rendere dichiarazioni spontanee. Paolucci ha detto di sì e ha parlato al microfono. A quel punto è sceso un silenzio irreale rotto solo dal rumore dei condizionatori d’aria che rendono ancor più flebili le voci di giudici, avvocati, imputati e testimoni visto che nell’aula più importante del palazzo di giustizia c’è un audio da terzo mondo. L’imputato ha esordito dicendo che preferiva leggere la sua dichiarazione. L’ha fatto con un filo di emozione, ma con voce chiara e ferma, in un italiano corretto, senza sbavature. Il tono sembrava dimesso, ma nemmeno troppo. Il tutto è durato un minuto e 42 secondi. «Sono un ragazzo normalissimo di 29 anni», ha detto. «Ho una madre che è molto importante nella mia vita, un fratello a cui sono molto legato, un padre con cui ho un rapporto altalenante, una ragazza a cui tengo molto e avevo tanti amici. Non ho mai parlato finora perché quello che mi è capitato è qualcosa che non sarei riuscito nemmeno a immaginare. Tutto quello che mi viene da dire è che non sono stato io, io non ho ucciso nessuno. Da quando sono entrato in carcere sto vivendo un incubo. Non ho mai fatto male a nessuno. Non riesco nemmeno a immaginare che qualcuno possa pensare che io ho ucciso un uomo, io non avevo nessun motivo per fargli del male. Quelle poche volte che l’ho visto è sempre stato un uomo gentile. Quando mi è stato chiesto dov’ero quel giorno ho sempre detto che la mattina ero stato a lavorare e il pomeriggio ricordo di essere andato a casa di mia madre ad aggiustare la caldaia. Fatemi uscire da questo incubo per favore». Un “uomo gentile”, così Paolucci ha definito D’Amico pur senza mai citarlo per nome.
LE REPLICHE
Dopo le dichiarazioni dell’imputato la presidente ha dato la parola alla pm per la replica all’arringa della difesa (quella della scorsa udienza) e poi ai due difensori per le controrepliche. La “battaglia” è stata in particolare sulla presenza o meno di più persone sul luogo dell’omicidio (come sostengono i legali di Paolucci) o di una sola persona (come dice l’accusa). L’avvocato Ceci ha insistito molto su un profilo di Dna ignoto che non sarebbe stato approfondito.
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