«Ho cambiato sesso e così per tutti ora sono Francesca: perdono i bulli di scuola»

22 Aprile 2023

Riccitelli ha 27 anni, parla della sua vita dopo una lunga battaglia in tribunale: «Tante le difficoltà incontrate, mio padre mi voleva far giocare a calcio»

AVEZZANO. Tenace. Sorridente. Combattiva. Sensibile. Francesca Riccitelli ha 27 anni e vive ad Avezzano. Alle spalle si è lasciata di tutto, la disapprovazione del padre, gli sfottò dei coetanei negli spogliatoi – quando giocava a calcio – e anni di bullismo. Davanti, ora, ha una nuova vita, dopo che il tribunale le ha riconosciuto «il diritto alla rettifica di nome e sesso» su tutte le certificazioni anagrafiche, autorizzando «l’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso». Una vittoria dopo la battaglia giudiziaria affrontata con coraggio. Dopo che per anni ha cercato di reprimere la sua identità. Adesso nel suo armadio ha solo abiti femminili, porta i capelli mesciati e le unghie laccate. Accetta di raccontare la sua storia al Centro.
Partiamo dall’inizio, quando nasce Francesca?
«27 anni fa. Mio padre era avezzanese, mia madre di origini pugliesi. I miei genitori mi hanno avuto tardi, tanto che mia madre aveva fatto un voto a padre Pio: se avesse avuto un figlio lo avrebbe chiamato Francesco Pio. E così è stato. Ho frequentato l’Istituto Galileo Galilei e mi sono laureata in Giurisprudenza, qui ad Avezzano. Ho perso presto i miei nonni, un punto di riferimento, e sono cresciuta solo coi miei genitori».
Quando ha iniziato a capire che la sua non era un’identità maschile?
«L’ho sempre saputo. Ho capito che il mio genere non era quello maschile già dall’adolescenza, ho sempre avuto la tendenza ad assumere comportamenti femminili. Ma queste tendenze venivano represse in famiglia, soprattutto da mio padre. Sono stata vittima di bullismo durante l’adolescenza, molti miei compagni si prendevano gioco di me. Battute e parole pesanti. Non riuscivo a essere aggressiva come loro, alle provocazioni non rispondevo».
Che cosa la feriva di più?
«L’atteggiamento dei miei coetanei. Mi ricordo che mio padre tra i 9 e i 14 anni mi iscrisse a calcio e iniziai a giocare, un po’ per compiacere lui, un po’ per stare insieme agli amici. Quando però sono cresciuta le cose sono cambiate e non stavo più bene. I momenti peggiori erano quando, negli spogliatoi, mi sentivo a disagio. Poi nei primi due anni delle superiori sono stata bullizzata perché c’era in classe un compagno delle medie che già in passato mi aveva perseguitato. È stato bruttissimo, mi prendevano in giro e non rispondevo. Nei loro confronti, ho provato rancore per tanto tempo. Due anni fa ne ho rincontrato uno, l’ho trovato cambiato moltissimo. Mi ha addirittura chiesto scusa e ora quando ci vediamo ci fermiamo a parlare. È una mia vittoria essere riuscita a superare quei sentimenti negativi verso chi mi aveva ferito».
Con i suoi genitori invece come è andata?
«Mio padre era oppressivo, non accettava il mio modo di essere. E allora cercavo di assumere atteggiamenti maschili per gratificarlo, ma quanto era dura! Soprattutto tra i 18 e i 20 anni ho cercato in tutti modi di reprimere quello che provavo. Poi l’ho perso quando avevo 20 anni e piano piano sono riuscita a tirare fuori la mia vera identità. Mia madre mi vuole molto bene, mi è sempre stata vicino, nonostante venisse da un contesto conservatore. Mi ha capito».
E quando è arrivato il momento di cercare lavoro?
«Quelli sono stati anni ancora più duri anche perché questo è un percorso che richiede tanto tempo. Sia all’interno della scuola, sia del lavoro: prima non c’era la carriera alias, uno strumento amministrativo che ti permette di assumere un’identità temporanea. Quando ho iniziato a cercare lavoro, sul curriculum non sapevo che cosa mettere perché se scrivevo la mia vera identità, cioè Francesco, e poi mi presentavo con i capelli lunghi e gli abiti da donna, qualcosa non quadrava. Difficoltà le ho incontrate per esempio anche alle ultime elezioni politiche perché sono dovuta andare alla fila degli uomini, ma il mio look era da donna. Stessa cosa accade per i bagni pubblici. Il sistema non tiene ancora conto di quelle che sono le nostre esigenze».
Come ha superato questo ostacolo?
«Quando ho iniziato a cercare lavoro, ho usato un look androgino, per non creare problemi. Poco dopo ho trovato un lavoro in uno studio di consulenza, dove sto ancora oggi, mi sono trovata da subito benissimo, mi hanno rispettata e stimata. Posso dire che quel momento ha rappresentato una vera e propria svolta nella mia vita».
Perché è stato importante?
«Prima di tutto perché mi sono sentita accettata, poi perché sono riuscita a superare le difficoltà economiche e a iniziare il percorso. Mia madre è pensionata e non poteva aiutarmi; grazie al lavoro ho iniziato le cure ormonali, le visite psicologiche e le varie terapie. L’indipendenza economica mi ha fatto fare quel passo in avanti che aspettavo. Il lavoro mi ha dato la possibilità di vivere la mia identità».
Quando, per la prima volta, si è vestita con abiti da donna?
«Era l’estate del 2020: ho iniziato a vivere al femminile, un po’ aiutata anche dal mio aspetto delicato. Prima mi vestivo da donna solamente in casa o con le amiche, poi ho iniziato anche a uscire e mi sono laureata con abiti femminili. Mi ricordo che i momenti peggiori erano alle feste, ai matrimoni, ai battesimi, quando il look era inequivocabile: o vestita da donna o da uomo. Io mi sentivo sempre fuori posto. Ora invece uso abiti femminili, metto lo smalto, mi trucco, ma senza eccessi. Sono una ragazza normale».
Com’è la sua vita oggi?
«Faccio visite psicologiche e terapie ormonali, ho analisi di controllo periodiche e sono seguita da un’endocrinologa che mi aiuta anche a calibrare gli ormoni. Sono consigliera di Marsica Lgbt, lavoro e frequento i miei amici. Il mio intento è quello di sensibilizzare e aiutare chi non ha avuto la mia stessa fortuna. Conosco persone marsicane che hanno fatto il mio stesso percorso, ma poi sono andate via da qui. Io, invece, spero di essere un esempio che anche nella Marsica. Perché anche in provincia si può fare questo tipo di scelta. Ho avuto tante persone che mi sono state vicine e mi hanno rispettata, nel mondo del lavoro e anche della Chiesa. Sono credente e quando posso frequento la chiesa di San Giovanni. Anche questo mi ha aiutata molto».
Ha un sogno nel cassetto? L’amore? Il lavoro?
«Spero di fare del bene alle persone che vivono situazioni uguali alla mia. Voglio essere un supporto e un esempio. E spero di crescere professionalmente, ci tengo molto. Per il resto, voglio vivere con serenità. È già un grande traguardo».
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