I cafoni di Fontamara raccontati in teatro

16 Marzo 2019

Scenografia povera e narrazione collettiva, così il Lanciavicchio fa riflettere con il romanzo di Silone

AVEZZANO. «Fontamara è un romanzo spietato, uno spettacolo senza pietà», così Antonio Silvagni, regista della compagnia teatrale Lanciavicchio, descrive l’opera più nota di Ignazio Silone, proposta in una matinée agli studenti. Cinque gli attori che hanno raccontato, quasi fosse un’opera sinfonica a più voci, la storia dei fontamaresi. Le voci dei personaggi si intrecciano e si accavallano tra loro con la maestria che solo interpreti di straordinaria bravura riescono a dimostrare, quali Stefania Evandro, Alberto Santucci, Rita Scognamiglio, Giacomo Vallozza, Angie Cabrera. Coraggiosa la scelta del regista di mettere in scena un’opera tanto rappresentata di un autore molto noto. Eppure lo spettacolo è riuscito a catturare l’attenzione anche dei più reticenti, grazie a un testo convincente, frutto del sapiente adattamento di Francesco Niccolini, e all’abilità dei cinque attori, unici protagonisti. La scenografia ridotta a sedie vuote sul palco e la scelta di abiti neri per gli interpreti sono state di grande effetto per gli spettatori. Uno spettacolo che ha interessato, fatto riflettere e suscitato domande. Sincera la disponibilità e la cordialità con cui gli artisti hanno risposto ai Giornalistudenti.
Come bisogna interpretare la scelta di non portare fisicamente un importante personaggio come quello di Berardo Viola sulla scena?
«Volevamo ricreare una narrazione che fosse collettiva, quasi corale, le battute del personaggio erano divise, ogni attore sulla scena raccontava Berardo. Abbiamo portato avanti quella che era anche l’idea di Silone, Berardo Viola come effettivo protagonista del romanzo in realtà è l’identità, il simbolo di un popolo intero, quello dei cafoni».
Che significato hanno le sedie vuote sul palco?
«Sono un elemento scenografico povero ed essenziale, una scelta dettata per lo più dall’idea che avevamo di creare e far percepire l’assenza, le sedie sono tutte rotte e diverse tra loro per forma e colore quasi come a ricreare una sorta di cimitero. Inoltre, la scelta delle sedie rimanda un po’ alla nostra cultura contadina, alle figure degli anziani che siedono spesso davanti alle loro case per ore e osservano quello che succede, testimoniano quella presenza o la loro assenza, quando le persone muoiono o si trasferiscono».
Mariavittoria Cerone
Giorgia Coletta
Diletta Crescenzi
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