I cent’anni del reduce di guerra Caruso

Capestrano. Arruolatosi giovanissimo, dopo l’8 settembre non si piegò mai al collaborazionismo
L’AQUILA. Festa grande ieri, a Villa Sant’Angelo, per i 100 anni di Osvaldo Caruso, un vero e proprio pezzo di storia patria. Una parabola umana raccolta e ricostruita da Carla Piccone. Nato a Capestrano il 21 agosto 1924 da papà Nunzio e mamma Filomena Giancola, Osvaldo abbandona presto la scuola per aiutare la famiglia nei campi. Quindi la chiamata alle armi, non ancora 18enne, lui che per età era scampato al massacro delle trincee. Spedito alla caserma di Voghera, per la prima volta lascia i suoi affetti e si avventura in un mondo a lui ignoto. Ma gli eventi precipitano. L’8 settembre viene reso noto l’armistizio. Così, mentre il re e lo Stato maggiore si imbarcano da Ortona lasciando l’esercito allo sbando e il paese spaccato in due tra l’occupazione nazifascista al Centro-Nord e l’invasione degli angloamericani da Sud, i tedeschi da alleati diventano nemici e i militari italiani prigionieri, compresi quelli di stanza a Voghera, che vengono tutti caricati su carri bestiame e trasferiti in Germania nei campi di prigionia gestiti dalla Wehrmacht. Prima tappa Bremford, poi Amburgo, dove Osvaldo conduce una vita ai limiti della sopravvivenza. Accatastati in baracche fredde e sporche, divisi per nazionalità, i prigionieri al mattino presto vanno al lavoro, portando con loro i pochi averi per non esserne derubati. La fame li attanaglia e si fa sentire maggiormente quando vanno al lavoro, dove non possono risparmiare le forze. Osvaldo poi è stato fatto prigioniero in settembre, quando indossava una divisa leggera. Col passare dei giorni e dei mesi i pantaloni si consumano finché il ragazzo resta in mutande, tra pulci, cimici e zecche. La scarsa alimentazione, la presenza di parassiti, il lavoro disumano minano le condizioni di salute. Molti sono quelli che si ammalano e, trasferiti in ospedale, non faranno più ritorno. Il soldato Caruso invece resiste fino al 3 maggio 1945, quando viene liberato dagli Alleati. Da lì, la marcia di ritorno a bordo di alcuni mezzi di fortuna, passando prima per Verona, poi per Bussi, poi di nuovo a piedi fino alla sua Capestrano, dove è tra i pochi a poter riabbracciare i suoi cari, che lo avevano dato per spacciato. E invece Osvaldo è tornato subito alla vita nei campi, ha sposato la sua Gina e negli ultimi mesi è stato premiato anche dall’Anpi con un fazzoletto tricolore e, ieri, da una targa del Comune di Capestrano. Oggi ha una figlia, Carla, due nipoti di nome Claudia e Luca e altri due pronipoti, i quali, ieri, hanno festeggiato l’uomo che neanche la brutalità dei tedeschi, né gli orrori della guerra, sono mai riusciti a piegare. (t.d.b.)

