I cinghiali si abbeverano nel laghetto della Locanda

8 Settembre 2017

Santo Stefano di Sessanio, la rabbia di una operatrice turistica: è un incubo Tatone (comitato Save Gran Sasso): Ente Parco inadeguato, chiuda bottega

SANTO STEFANO DI SESSANIO. I cinghiali si sono moltiplicati. Hanno sete e tutte le sere raggiungono il laghetto di Santo Stefano di Sessanio. Nel loro passaggio, devastano le colture di grano, fagioli, patate. Ma il danno più ingente è quello per la rinomata lenticchia, presidio Slow Food, la cui produzione quest’anno è scesa del 50%. Al grido di allarme lanciato dal presidente dei produttori, Ettore Ciarrocca, fa eco quello degli operatori commerciali del territorio. Francesca Piane a Santo Stefano gestisce la Locanda sul Lago, vicino al laghetto, unica pozza di acqua dove i branchi possono dissetarsi: «Un incubo. La mia struttura», spiega Piane, «si trova piuttosto isolata rispetto al borgo. I cinghiali si avvicinano indisturbati: tutte le sere li sentiamo abbeverarsi al lago. Qualcuno ce lo siamo ritrovato anche davanti alla porta dell’albergo. Ai nostri clienti siamo costretti a dire che è pericoloso avventurarsi per i sentieri, ma anche fare semplici passeggiate in una località che dovrebbe vivere di turismo. Sappiamo che arrivano anche al recinto del vicino campeggio: immaginate uscire dalla tenda e imbattersi in uno di questi animali». La situazione è peggiorata da quando il Parco Gran Sasso Laga, su cui fioccano le critiche, ha recintato il lago Racollo, dove prima gli ingulati si dissetavano, e la Provincia ha autorizzato gli abbattimenti selettivi nelle zone limitrofe al borgo, quelle fuori dall’area protetta. Il comitato #SaveGranSasso ha sollevato la questione sui social network, con la campagna #Savelalenticchia, ed è pronto a lanciare una raccolta fondi per sostenere la causa.
«Esiste un programma», afferma Fausto Tatone, del comitato, «per l'abbattimento selettivo degli ungulati approvato da Regione Abruzzo e da Parco del Gran Sasso. Esiste un altro progetto, ideato dall'ente Parco, con filiera corta, per la lavorazione delle carni in loco fino alla messa in commercio. Potrebbe diventare un'occasione per il nostro territorio. Ma le scuse che si portano avanti sono sempre le stesse: mancano i soldi. Nel frattempo, però, vengono spesi 10mila euro per creare una piattaforma di crownfunding volta alla raccolta di fondi privati, quando sul mercato tale servizio è offerto gratuitamente dalla maggior parte dei competitori del settore presenti sul web. Questo significa che l’ente o ignora, oppure è folle. Se nei prossimi giorni si avrà l'umiltà di chiedere scusa a tutta questa gente, saremo noi a promuovere una raccolta fondi per portare a termine con fondi privati i due progetti. Altrimenti il Parco può anche chiudere la propria bottega», conclude Tatone, «non ci serve a nulla».
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