I pm: Piccone ha capacità criminale incarichi come prosciutti da spartire

7 Marzo 2021

Ecco tutte le accuse di Padalino e Seccacini che hanno portato alla misura cautelare in carcere: «Un’amministrazione intera rendeva conto a lui, decideva anche i locali che la polizia controllava»

CELANO. Ci sono ore e ore di videoregistrazioni di una telecamera puntata su sedie, poltroncine e scrivanie di quella stanza che l’informativa dei carabinieri definisce “la segreteria di Piccone”. Un ufficio di Palazzo Rosati, non distante dal Comune di Celano, dove per anni l’ex senatore ha ricevuto rappresentanti politici, amministratori, imprenditori e varia umanità. Ed è proprio nella segreteria che sono emersi i principali elementi di prova che hanno portato all’arresto del 59enne Filippo Piccone, vicesindaco dimissionario, in carcere da lunedì 22 febbraio, e alle misure cautelari per 25 indagati, tra i quali il sindaco Settimio Santilli.
Nei confronti di Piccone vengono mosse gravi accuse dal procuratore di Avezzano, Andrea Padalino, e dal sostituto Lara Seccacini, coloro che nel febbraio di un anno fa (2020) hanno firmato la richiesta di applicazioni di misure cautelari, passata poi nelle mani del gip Maria Proia (provvedimento eseguito appunto lo scorso 22 febbraio).
CAPACITÀ CRIMINALE. Scrivono i pm sull’ex parlamentare e coordinatore abruzzese del Pdl: «Al di là della sua formale incensuratezza, ha dimostrato rilevante capacità criminale; le condotte delinquenziali allo stesso contestate sono state poste in essere in forma professionale; le modalità attuative di tali condotte, in quanto idonee a indurre un rilevate fattore di turbativa nella amministrazione del Comune, realizzano quella latitudine di gestione che evidenzia la pericolosità dell’indagato».
14 ANNI DI POTERE. Ancora Padalino e Seccacini: «Piccone ha esercitato il proprio potere per la commissione delle numerose condotte illecite contestate, potere consolidato grazie ai suoi mandati parlamentari svolti dal 2006 al dicembre 2017, prima in qualità di senatore e poi di deputato, nonché durante i suoi due mandati in qualità di sindaco di Celano, svolti dal 2004. Tale potere detenuto da Piccone trascende abbondantemente dal ruolo politico ricoperto di consigliere di maggioranza con deleghe. Egli è, come lo definisce Giampiero Attili, il padrone di Celano, l’imperatore. L’impressionante serie di delitti contestati a Filippo Piccone in un arco di tempo così ristretto, tutti legati all’abuso di potere appena descritto, tratteggiano il quadro di un soggetto che ha totalmente asservito la funzione pubblica a interessi personali o di personaggi a lui vicini; asservimento a interessi personali secondo ideazioni e concertazioni che denotano la spiccata pericolosità sociale».
RES PRIVATA. «La funzione pubblica apicale di fatto esercitata dall’indagato nel periodo sotto osservazione ha permesso allo stesso di gestire la res pubblica come se fosse res privata». Evidenzia ancora la Procura di Avezzano. «Con il vantaggio per lui di esercitare tale funzione in modo occulto, almeno dal 2015, anno in cui Settimio Santilli è divenuto sindaco di Celano, ma con un’amministrazione comunale intera che in realtà eminentemente a lui rende conto attraverso quelle che egli stesso definisce indicazioni politiche».
PROSCIUTTO DA SPARTIRE. Proseguono i pm: «Appare evidente in numerosi passaggi la spregiudicatezza dell’indagato nel commettere reati, ma anche la sua capacità di mantenere un certo equilibrio (si richiama alla metafora degli incarichi pubblici paragonati a un prosciutto da spartire, come da intercettazione agli atti, ndr). Ma soprattutto di mantenere saldo un vincolo con i suoi fedelissimi. Egli è sempre molto attento a dare rassicurazioni in merito al fatto che proteggerà questi ultimi qualora dovessero finire nei guai per aver commesso forzature per suo conto».
LA PROTEZIONE DI SPECCHIO. Il caso più eclatante appare quello riguardante Valter Specchio cui Piccone è per sua stessa ammissione «riconoscente per non aver fatto il suo nome quasi 10 anni prima quando veniva arrestato e processato per fatti commessi come dirigente della Provincia dell’Aquila». Passaggio questo riportato nella richiesta della Procura. «Molti dei dirigenti e funzionari pubblici celanesi», aggiungono i pm, «sono ben consapevoli di ricoprire il proprio ruolo solo grazie a Piccone. Il sistema descritto creava vantaggio anche alle altre persone coinvolte e ruotanti intorno alla figura di Piccone».
CARRIERE IN BALLO. I funzionari e i dipendenti del Comune di Celano, dando il loro fondamentale contributo al sitema-Piccone, «pensavano alla propria carriera professionale o, come nel caso di Luigi Aratari, riuscivano a stabilizzare la propria posizione lavorativa». Ancora i pm: «I liberi professionisti e gli imprenditori che ricevevano incarichi e appalti ne traevano chiaramente un immediato vantaggio patrimoniale oltre ad accumulare esperienze e referenze di fondamentale importanza per l’ottenimento di nuovi incarichi o nuovi lavori anche al di fuori dell’ambito celanese».
NIENTE MERITOCRAZIA. Secondo la Procura «gli incarichi professionali e i lavori sono risultati affidati sempre a una cerchia di nominativi sia direttamente che attraverso persone comunque vicine. In una siffatta situazione che perdura ormai da anni è stata sicuramente e gravemente alterata la situazione socio-economica del Comune essendo venuto meni ogni criterio di meritocrazia, equità, trasparenza e imparzialità».
DECIDEVA TUTTO LUI. Per Padalino e Seccacini «l’indagato ha esteso il suo controllo a plurimi aspetti della vita stessa dei suoi concittadini: decideva chi doveva essere assunto o licenziato in ambito comunale, aveva creato un sistema di controllo dei posti di lavoro tramite appalti pubblici conferiti a cooperative sociali che, di fatto, impiegavano negli uffici comunali lavoratori a lui graditi; decideva, di fatto, le ordinanze sindacali inerenti gli orari di apertura dei locali pubblici, nonché quali locali dovessero essere sottoposti a controlli da parte della polizia locale. Tutto il sistema, quindi, ruotava intorno alla figura di Filippo Piccone. Ed era lui a decidere anche chi dovesse essere allontanato da tale sistema».
PERCHÉ IL CARCERE. Così viene motivata dai pm della Procura avezzanese la richiesta della misura cautelare in carcere (firmata poi dal gip): «In merito alla personalità dell’indagato, si tenga presente che allo stesso è contestato il delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità avendo indotto una giovane a subire atti sessuali in cambio dell’aumento di ore lavorative settimanali. È necessario frenare con urgenza la spiccata pericolosità. Qualsiasi altra misura, inoltre, lo porterebbe ad avere contatti con altri indagati (che sono numerosi) o persone fidelizzate (che sono ancora più numerose; si pensi ai dipendenti comunali o alle persone anche estranee all’amministrazione pubblica che hanno sfilato nei mesi di attività tecnica all’interno della segreteria di Piccone per chiedere favori) per occultare, manomettere, alterare dati, atti, documenti, prove».
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