«I soldi non ci ridaranno nostro figlio»

Parlano i genitori di “Michelone”, che avranno il risarcimento dalla Regione. Centofanti: ma il dolore non si cancella
L’AQUILA. «Nessuna somma di denaro riuscirà a restituirci nostro figlio, a riportarlo in vita».
LE PAROLE DEI GENITORI. Sono le prime parole che i genitori di Hamade Hussein, conosciuto come Michelone, di origini israeliane, iscritto a Medicina e morto nel crollo della Casa dello studente, nel terremoto della notte del 6 aprile 2009, hanno pronunciato da Israele, quando l’avvocato Wania Della Vigna ha comunicato loro la sentenza del tribunale civile dell’Aquila. Che condannava la Regione Abruzzo e l’Adsu (Azienda per il diritto allo studio), al risarcimento di 1 milione e 200 mila euro ai familiari dello studente universitario. «Ringraziamo anche la magistratura», hanno aggiunto i genitori del ragazzo, «perché nostro figlio ha avuto giustizia, soprattutto sul piano morale».
IL COMITATO VITTIME. Anche Antonietta Centofanti, aquilana, rappresentante del Comitato familiari delle vittime della Casa dello studente, che ha seguito tutte le udienze, da quelle penali alle civili, parla di «giustizia fatta, anche se il dolore per la perdita di un figlio non può essere colmato».
I 4 CONDANNATI. La Cassazione, l’11 maggio 2016, ha inflitto 4 anni di reclusione agli ingegneri Bernardino Pace, Pietro Centofanti, Tancredi Rossicone e due anni e sei mesi (pena sospesa) a Pietro Sebastiani, ex presidente della commissione collaudo dell’Adsu. Loro avevano progettato l’ultima ristrutturazione, nel 2000, della Casa dello studente. Abruzzo Engineering, nel rapporto noto già prima del sisma, inserì la struttura tra quelle a rischio, ma si fece finta di niente: per quelle gravissime omissioni, nessuno fu mai inquisito.
SENTENZA PILOTA. Ora, è arrivata la sentenza, che può essere considerata “pilota”, perché l’avvocato Wania Della Vigna ha altri 18 casi: sta assistendo legalmente sia i familiari degli studenti deceduti, sia i ragazzi sopravvissuti al crollo.
PROCESSO PENALE E CIVILE. «Il processo civile è iniziato due anni e mezzo fa, sulla scorta di quello penale», afferma l’avvocato Della Vigna, che è riuscita nella sua attività si ricerca e investigativa, a individuare e centrare in pieno dove potessero essere “nascoste” le responsabilità, visto che si sta parlando di un edificio costruito negli anni ’60 dall’imprenditore, e poi colosso farmaceutico, Igino Angelini, e in seguito venduto alla Regione, negli anni ’80 e poi gestito dall’Adsu. E sul quale sono stati eseguiti interventi edilizi per farlo passare da uso familiare a uso pubblico, in modo da ospitare studenti fuori sede. E grazie al grande lavoro, in sede penale, del pubblico ministero, Fabio Picuti, e dei consulenti.
POSSIBILE APPELLO. «Se la Regione può appellarsi alla sentenza di condanna civile al risarcimento? Certo che può», precisa l’avvocato, «ma tutte le eccezioni che ha addotto, a cominciare dalla gravità del sisma devastante – una forza della natura –, per la quale sarebbe stato un evento eccezionale e, quindi, non imputabile all’uomo, sono state respinte in sede civile». Non solo. Ma la Regione Abruzzo dovrà pagare anche le spese legali per gli altri enti chiamati in causa, come il ministero e l’Università dell’Aquila. Così la cifra che dovrà sborsare alla fine sarà di oltre 1 milione e 300 mila euro.
MALATTIA INVALIDANTE. Sono in corso già altri procedimenti civili. Per i ragazzi sopravvissuti – nel crollo sono morti, oltre a Michelone, Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito e Alessio Di Simone – sono in corso consulenze medico-legali per il riconoscimento della malattia, invalidante e permanente, della sindrome post-traumatica per stress. Una strada legale aperta per i reduci del Vietnam e i sopravvissuti delle Torri Gemelle.
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