Il carcere è a rischio demolizione Messina Denaro riaccende il caso

21 Gennaio 2023

La Corte d’Appello ha stabilito in via definitiva che gran parte del penitenziario è su terreni a uso civico Gli abitanti di Preturo chiedono 2,5 milioni. L’unica “salvezza” è siglare un accordo sugli indennizzi

L’AQUILA. Può sembrare incredibile ma il carcere dove è rinchiuso da qualche giorno il boss mafioso Matteo Messina Denaro è a rischio demolizione. Una possibilità, quella della demolizione, messa nero su bianco in alcune sentenze della giustizia amministrativa. Tutto nasce dal fatto che una decisione della Corte di Appello di Roma, sezione usi civici, che risale al 2016, ha stabilito in via definitiva che una gran parte del penitenziario è stato costruito trenta anni fa su quattro ettari di terreno di uso civico sui quali ha giurisdizione l’Aduc (Amministrazione separata dei Beni di uso civico) di Preturo.
A QUANDO LA PAROLA FINE?
Adesso si attende una decisione del Tribunale amministrativo dell’Abruzzo che dovrebbe mettere la parola fine alla vicenda e cioè ordinare la demolizione o, come probabilmente avverrà, dare un mese di tempo ad Aduc e Agenzia del demanio (la controparte) di trovare un accordo. L’Agenzia in sostanza dovrebbe “acquistare” i terreni – oggetto della annosa causa – a un prezzo per ora indicativo (dall’eventuale accordo potrebbe venir fuori anche una cifra diversa) di circa 2,5 milioni di euro. Se non ci dovesse essere l’intesa potrebbero entrare in campo le ruspe per demolire tutto. Ipotesi remota ma, nei fatti, possibile. E non basta.
L’ALTRA CAUSa
Fra l’Aduc e l’Agenzia del demanio c’è anche un’altra causa, questa volta davanti al giudice civile. L’Aduc ha chiesto all’Agenzia del demanio il pagamento dei canoni arretrati, una sorta di affitto annuo, per sanare l’occupazione abusiva lunga 30 anni (quanto è durata la latitanza del superboss Messina Denaro). Anche questa “lite” sta per arrivare a sentenza. Il perito incaricato dal magistrato ha stimato una cifra (per i canoni arretrati) di 1,2 milioni di euro che aggiunti ai 2,5 fanno quasi 3,7 milioni. Insomma una vicenda complessa che a questo punto solo un’intesa fra le parti può districare evitando l’impensabile, cioè la demolizione. L’Aduc, attraverso il suo presidente, Antonio Nardantonio, ribadisce la volontà di arrivare al più presto a un accordo che sia «equo e dignitoso», come peraltro in passato è avvenuto con il Comune dell’Aquila, relativamente ai terreni di uso civico dove attualmente sorge l’aeroporto dei Parchi “Giuliana Tamburro”.
LA STORIA
Da decenni l’Asbuc (adesso Aduc) di Preturo rivendica la proprietà dei terreni su cui è stato costruito il carcere oggi in gran parte riservato a detenuti in regime di 41 bis. Ci sono state sentenze a vari livelli finché non si è giunti a una decisione “definitiva” che risale, come detto, al giugno del 2016 quando la Corte d’Appello di Roma, sezione speciale degli usi civici, ha riconosciuto «la natura demaniale civica universale di una parte del terreno», circa 4 ettari, sul quale c’è il carcere.
ACCORDO MANCATO
A quel punto è nata un’ulteriore questione: è possibile abbattere il carcere e restituire i terreni come erano in origine ai cittadini di Preturo? Chiaro che no. L’Asbuc si è detta disponibile a percorrere la strada dell’indennizzo cercando anche di limitare le pretese. L’Agenzia del demanio ha però fatto intendere di non voler tirar fuori i soldi sostenendo che quei terreni sarebbero stati già pagati – a chi ne rivendicava all’epoca la proprietà (anche se in realtà si trattava solo di occupatori abusivi) – attraverso gli espropri. Lo Stato, secondo la tesi sostenuta dall’Agenzia del demanio, rischierebbe di pagare due volte gli stessi terreni. Resta il fatto che c’è una sentenza “definitiva” che però è rimasta al momento solamente sulla carta. Per questo l’Aduc di Preturo si è rivolta al Tar chiedendo di imporre l’esecuzione della sentenza: o demolire il carcere o far pagare il Demanio. I giudici del Tar, con una prima decisione, si sono dichiarati incompetenti a decidere affermando che competente sarebbe il commissario per gli usi civici della Regione Abruzzo che nel novembre 2014 si era espresso a favore dell’Aduc.
ENNESIMA SENTENZA
Il Consiglio di Stato a fine 2019 ha detto invece che a decidere deve essere il Tar dell’Aquila che quindi deve far “eseguire” la sentenza della Corte di Appello di Roma del 2016. Secondo quanto stabilito dal Consiglio di Stato «nell’attuale ordinamento compete al giudice amministrativo e in sede di ottemperanza esercitare i poteri per dare attuazione a un titolo esecutivo giudiziale, come quello del Commissario agli usi civici, contenente una condanna di una pubblica amministrazione». E siamo a oggi con lo “spettro” della demolizione che ancora si aggira sulle “Costarelle”, un carcere tornato alla ribalta nazionale dopo l’arresto di Messina Denaro.
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