«Il carcere a vita per Paolucci»: Dna decisivo, la richiesta del pm

20 Ottobre 2022

Lunga requisitoria dell’accusa per ricostruire l’omicidio di D’Amico. Sentenza attesa il 2 novembre Il movente sarebbe un debito di droga. Madre e fratello della vittima chiedono danni per 1,7 milioni

L’AQUILA. «Ergastolo». Alle 15.50 di ieri, nell’aula A del palazzo di giustizia dell’Aquila, è risuonata la parola più temuta. L’ha pronunciata il pubblico ministero Simonetta Ciccarelli. È stata questa la richiesta di condanna nel processo che vede imputato per omicidio Gianmarco Paolucci, un ragazzo di Bagno di 29 anni che fino all’arresto (febbraio 2021) era addetto al reparto macelleria di un supermercato. Il giovane è accusato di aver ucciso, il 22 novembre 2019, Paolo D’Amico, 55 anni, dipendente dell’Asm trovato senza vita – due giorni dopo – nel garage della sua abitazione in via Colle Toma, una zona isolata non distante dalla frazione aquilana di San Gregorio. La Corte d’Assise, dopo quasi un anno di udienze (una ventina), ieri avrebbe dovuto decidere sulla sorte di Paolucci. Ma le cose sono andate per le lunghe. Prima c’è stata una camera di consiglio (circa un’ora) per stabilire l’ammissibilità di alcuni tabulati telefonici poi è iniziata la discussione. La presidente della Corte ha dato la parola al pubblico ministero Ciccarelli che ha svolto una requisitoria che si è protratta dalle 11.47 alle 16 del pomeriggio con una sola interruzione fra le 14.30 e le 15. Sono poi intervenuti l’avvocato di parte civile Francesco Valentini che ha chiesto un risarcimento danni per il fratello e la madre (presenti in aula) della vittima di 1,7 milioni di euro. Infine è toccato ai legali di Paolucci, Mauro Ceci e Licia Sardo. Alle 19.06 l’udienza è stata sospesa e riprenderà mercoledì 2 novembre.
LA REQUISITORIA
La pm Ciccarelli ha iniziato il suo intervento – che si è concluso con la richiesta dell’ergastolo per Paolucci – ricostruendo quanto accaduto domenica 24 novembre 2019 intorno alle 15 quando i parenti di D’Amico (il fratello in particolare) e due amici della vittima, allarmati perché non lo sentivano da giorni, andarono a Colle Toma e dopo una breve ricerca lo trovarono senza vita nel garage.
L’AGGRESSIONE
La Ciccarelli ha poi parlato delle armi del delitto (un cesello da falegname e una mazzetta da muratore) e della colluttazione che ci sarebbe stata fra D’Amico e Paolucci. E qui la pm ha fatto una sorta di “concessione” all’imputato. Tenuto conto del carattere del D’Amico è possibile che il primo ad “aggredire”, se pur solo verbalmente, fosse stata proprio la vittima che aveva “scoperto” Paolucci mentre quest’ultimo – forse – rubava della marijuana che D’Amico produceva nel suo orto. La reazione dell’imputato sarebbe stata feroce: 21 colpi di cesello al torace e alla schiena (mentre D’Amico cadeva a terra) e poi un colpo alla testa, con la mazzetta, per finirlo. Tutto sarebbe avvenuto sull’uscio del garage. Il corpo sarebbe stato poi trascinato per un metro e mezzo dentro il garage per nasconderlo. L’operaio sarebbe morto il 22 novembre 2019 fra le 15 e le 18.
IL DNA
Il Dna è il vero asso nella manica dell’accusa. Sui pantaloni di Paolo D’Amico, all’altezza delle caviglie, è stato trovato dai carabinieri materiale organico (sudore) con il Dna dell’imputato. È stata questa la “prova” che nel febbraio del 2021 fece scattare l’arresto.
TELEFONI
Per l’accusa, dall’esame dei telefoni e delle celle telefoniche agganciate in quel giorno è certo che dopo le 15 D’Amico era a casa sua e Paolucci era nella zona dove abitava l’operaio.
MANO SINISTRA
La pm ha detto che nel processo almeno 4 testimoni – in particolare colleghi di lavoro – hanno attestato che Paolucci pur essendo mancino quando tagliava la carne usava anche la mano destra. Questo è importante perché l’assassino nel colpire D’Amico avrebbe usato la destra.
MOVENTE
Il movente per il pm sarebbe un debito di droga. D’Amico nei giorni precedenti il delitto aveva spesso telefonato a Paolucci per sollecitare un pagamento.