Il ciclista ribelle che univa le folle

Le umili origini lo resero un simbolo di riscatto in Italia, la sua arte era la fatica
AVEZZANO. Di lui scrissero e dissero in molti. Pier Paolo Pasolini lo immaginava in uno dei suoi film, Sergio Zavoli ne fece il personaggio televisivo che arringava le folle. Fu contadino e garzone, segnato da un’infanzia vissuta nella miseria. Poi diventò corridore: la sua arte era la fatica. Scelse la bicicletta e la montagna. È lì che Vito Taccone costruì le sue imprese: al Giro d’Italia, dove vinse sei tappe, e al Giro di Lombardia, che conquistò al debutto da professionista nel 1961. Il Camoscio d’Abruzzo, così fu soprannominato per le sue caratteristiche da scalatore ma anche per la sua tempra, diventò il simbolo di un’Italia povera, che leggeva in Taccone una storia di rivalsa e riscatto sociale. Fu idolo nel Meridione, mito in Abruzzo: al suo ritorno dal Giro del 1963, in cui vinse cinque tappe di quattro consecutive, fu accolto come un re nella sua Avezzano, dove una folla immensa lo abbracciò in piazza della Repubblica, all’esterno del palazzo municipale, dopo un lungo corteo tra le vie cittadine.
Passato professionista nel 1961, Taccone si mise in luce al Giro dello stesso anno, vincendo la decima tappa a Potenza. In autunno arrivò il successo al Lombardia, dopo il duello memorabile con Imerio Massignan sul muro di Sormano. Ma l’anno d’oro del Camoscio fu il 1963: al Giro, Taccone vinse quattro tappe di fila ad Asti, Oropa, Leukerbad e Saint-Vincent. Dopo quella del ’61, fece sua anche la seconda maglia verde di miglior scalatore.
Il poker al Giro di quasi 60 anni fa lo fece conoscere in tutta Italia. Ad alimentare la fama di Taccone fu la trasmissione televisiva del Processo alla Tappa, appena lanciata da Sergio Zavoli. L’abruzzese diventò una presenza fissa: commentava le tappe con la sua celebre parlantina e la verve fumantina. Incendiava il palco con giudizi al limite delle provocazioni. Era schietto e semplice come la gente di campagna. È una frase a renderlo immortale: «Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina».
Tanti gli aneddoti di una carriera vissuta sopra le righe. Il giornalista Marco Pastonesi raccontò il più celebre: «Ricevuto da papa Giovanni XXIII», scrisse, «Taccone dette del tu al santo padre: caro Papa, per quale corridore fai il tifo?». Al Tour de France, prese a pugni lo spagnolo Fernando Manzaneque e fu escluso dalla corsa.
Dopo aver appeso la bici al chiodo, Taccone fu imprenditore e persino politico.
Morì il 15 ottobre 2007 ad Avezzano dopo l’inchiesta giudiziaria che lo travolse. Aveva 67 anni. Pochi giorni prima di morire, si incatenò davanti al tribunale chiedendo di essere processato, ribadendo la propria innocenza. (l.p.)

