Il coraggio di Menga, la mamma che salvò un fuggiasco inglese

Una storia di “Resistenza umanitaria” riemersa a Picenze: fece credere che il soldato malato fosse il suo quarto figlio
BARISCIANO. Gli storici solo di recente hanno cominciato a interessarsi a quella che viene definita “La Resistenza umanitaria” e cioè l’aiuto che molte famiglie di contadini abruzzesi diedero ai prigionieri di guerra alleati in fuga dai campi di concentramento dopo l’8 settembre del 1943. Una “Resistenza” in cui fu fondamentale il ruolo delle donne. Ne ha parlato in un suo scritto anche lo storico inglese Eric Hobsbawm che afferma di aver sentito «tanti racconti dell’Italia dai prigionieri di guerra, gente la cui vita era stata spesso salvata dall’aiuto del tutto disinteressato di famiglie di contadini».
COSA ACCADDE A PICENZE
Di recente a San Martino di Picenze è spuntata una vicenda che vide protagonista la famiglia di Giustino Iannessi – e in particolare della moglie Maria Domenica Battistella (detta Menga, alta 1.80, nata nel 1881 e morta nel 1967) – che nel febbraio-marzo 1944 salvò un soldato inglese malato, nascondendolo, e facendo credere ai tedeschi – che andavano casa per casa – che fosse il loro quarto figlio. La vicenda è riemersa dalla polvere della storia perché l’hanno raccontata di recente Adriana Bonomo che oggi ha 81 anni e Chiara Marinacci di 89, entrambe originarie di Picenze. In realtà tutto è nato da Giampiero Manilla, di Poggio Picenze che – insieme ad alcuni suoi amici Nunzio Galeota, Francesco Adiutori, Ercolino Rainaldi, Mauro Sciotti – per anni ha lavorato alla riscoperta degli antichi sentieri della Valle del Campanaro, che si trova a monte di Poggio Picenze. I sentieri oggi si chiamano delle “Tre Pietre” perché hanno la caratteristica di essere “dotati” di pietre, solitamente tre, poste obliquamente alla direzione di marcia in modo tale da far defluire le acque torrenziali fuori dal camminamento. Ci sono poi “omini” di pietra – piccole piramidi – che si incontrano lungo i tracciati e che sono opera di Francesco Adiutori e sono utili per segnalare la strada se c’è neve. La Valle fino alla seconda guerra mondiale è stato il polmone economico dei paesi che vi gravitano intorno. Salendo di quota, a un certo punto, durante il lavoro di riscoperta del sentiero numero 30, sono spuntate delle grotte scavate nella roccia che da quelle parti chiamano le “Grotte dei preti”. Non si sa bene da che cosa derivi il nome. Si fanno solo ipotesi che hanno molto del gossip e poco della realtà. Le cavità, nel passato, sono state “frequentate” dai contadini in caso di maltempo o anche per conservare alimenti.
IL MILITARE SALVATO
Fra la fine del 1943 e la prima metà del 1944 (L’Aquila fu liberata dagli alleati il 13 giugno 1944) le grotte servirono da rifugio a tanti militari alleati che sfuggivano alla prigionia. Nelle grotte, raccontano Bonomo e Marinacci, a un certo punto si nascosero tre soldati inglesi che venivano forniti regolarmente di viveri dalle famiglie di Picenze. Un giorno, uno dei tre soldati cominciò ad avere una forte febbre. Se fosse rimasto nella grotta sarebbe morto.
IL CORAGGIO DI UNA MAMMA
Maria Domenica Battistella, senza indugio, portò il ragazzo, d’accordo con il marito, a casa sua facendolo passare per il suo quarto figlio. Al militare fu tolta la divisa e messo a letto. Il ragazzo però a causa della febbre spesso diceva frasi sconnesse nella sua lingua. Un giorno alcuni tedeschi bussarono alla porta di quella casa. Entrarono nella camera, alzarono le coperte e Maria Domenica con prontezza disse: «Questo è uno dei miei figli, e sta molto male». I tedeschi a quel punto non chiesero nulla al giovane ma la donna per timore che il militare a causa delle febbre potesse pronunciare frasi, se pur sconnesse, in inglese, finse colpi di tosse, spostò in continuazione una sedia, parlò a voce alta per distrarre i tedeschi il più possibile. Il tutto, ben sapendo che se il ragazzo malato fosse stato scoperto lei e la sua famiglia avrebbero rischiato la vita. Il militare dopo qualche giorno guarì e poté andare via sano e salvo. Una storia di vera “Resistenza”, di solidarietà e di coraggio che non può essere dimenticata.
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