«Il mio viaggio nella storia della musica»

Collabora con università di tutto il mondo e ha riscoperto le laude di Celestino V
Francesco Zimei, aquilano, 52 anni è uno studioso di musicologia di livello mondiale. Basta dare uno sguardo al suo curriculum per perdersi in una bibliografia sterminata. Sposato con Cristiana Pasqualetti – docente di storia dell’arte medioevale all’Università dell’Aquila – vive per gran parte a Roma, ma non ha certo dimenticato la sua città di origine dove torna appena possibile. Viaggia molto – soprattutto negli Usa – per convegni, seminari, ricerche. Le sue monografie e i suoi saggi sulla musica antica (ma non solo) sono pietre miliari per gli esperti del settore.
Professor Zimei, lei è nato nel 1966, ha vissuto infanzia e adolescenza in una città piena di “tentazioni” culturali.
«Guardi, la mia famiglia all’epoca ha cambiato casa più volte, ma il periodo dell’infanzia l’ho passato in via dei Sali, in pieno centro storico. I miei luoghi di riferimento erano due: il teatro dove andavo a sentire i concerti e il parco del Castello dove giocavo a pallone con i miei coetanei».
La musica, poi, ha avuto il sopravvento?
«Beh sì, come calciatore feci parte delle giovanili dell’Aquila, ero un attaccante e anche veloce. Poi dovetti mettere gli occhiali e finì tutto lì. Provai anche con il rugby, mi bastarono un paio di partitelle per capire che non era aria. Con la musica invece fu diverso. Mio padre Ugo – insegnante come mia madre Maria Rosaria – era un appassionato di musica classica. Mi ha raccontato che la faceva ascoltare a mia madre quando lei mi portava nel grembo. Posso dire che ho sentito musica prima ancora di nascere. La prima volta in cui mio padre mi portò a teatro fu per un concerto organizzato dalla Barattelli. Avevo 2 anni».
E a quell’età lei ascoltava in silenzio e senza spazientirsi?
«Non solo, ma a un certo punto ero diventato la mascotte della Barattelli. Stavo molto simpatico oltre che al “capo”, avvocato Nino Carloni, a Peppe Verna, il segretario, di cui ho un ricordo splendido: mi portava sempre nei camerini a conoscere gli artisti. Per me era come vivere in una fiaba. A un certo punto cominciarono a darmi l’abbonamento gratis. Io non perdevo un evento».
Intanto gli studi “regolari” come andavano?
«Ho frequentato il Liceo Classico dove ho imparato il latino e greco che mi sono tornati utilissimi per il mio lavoro futuro. Scelsi poi gli studi giuridici e mi iscrissi a Giurisprudenza. Contemporaneamente cominciai anche con il giornalismo».
Lei è stato per alcuni anni critico musicale per il quotidiano il Tempo.
«Sì, tutto nacque per caso. La mia frequentazione con la Barattelli – dove conobbi anche Fabrizio Pezzopane, con il quale ho collaborato in seguito più volte, compresa una edizione splendida di Musica e Architettura nel 1992 – fece sì che iniziai a dare una mano come addetto stampa anche se non avevo una qualifica specifica. Scrivevo i comunicati sugli eventi in programma e li portavo a mano ai giornali. Un giorno, l’allora responsabile della redazione aquilana del Tempo, Gianfranco Volpe, mi chiese se volevo occuparmi di critica musicale e così cominciò tutto».
È vero che Carloni le fece una “lavata di testa”?
«Sì, credo fosse il 1986. Le mie critiche musicali non erano sempre benevole. Un giorno mi permisi di scrivere che un concerto non era stato all’altezza della tradizione della Barattelli. Carloni mi scrisse – il carteggio lo conservo ancora – e fu molto duro non tanto perché avevo stroncato il concerto ma perché secondo lui – che era un gran signore e che alla Barattelli dedicava anima e corpo – avevo mancato di rispetto agli artisti che erano stati ospiti della Barattelli. E l’ospite per Carloni era sacro».
Gli studi giuridici in apparenza sono lontani da quello che lei poi ha fatto e fa, cioè occuparsi di ricerca storica sulla musica degli ultimi mille anni.
«A volte ci sono situazioni che possono cambiare la vita. A Teramo incontrai Vittorio Valentini, docente di storia del diritto italiano. Premetto che gli studi giuridici mi hanno comunque sempre appassionato – mi sono laureato e ho anche superato l’esame per avvocato – perché ti danno un metodo, un’impostazione mentale che sono stati decisivi per la mia avventura da studioso. Feci l’esame con Valentini e presi il massimo dei voti con lode. Alla fine mi disse: lei domani torni da me e mi chieda la tesi legata al suo territorio di origine. E così feci».
Qual era l’argomento di quella tesi?
«Scelsi di occuparmi di un personaggio aquilano forse ancora poco valorizzato in città, il cardinale Amico Agnifili vissuto fra il 1398 e il 1476, a lungo vescovo dell’Aquila. “Rischiò” anche di diventare Papa, in un conclave mancò l’elezione per una manciata di voti. Le notizie su Amico Agnifili – figlio, voglio ricordarlo, di un pastore di Rocca di Mezzo che impegnò il suo patrimonio per far studiare lui e suo fratello – quando iniziai a occuparmi di lui erano pochissime e in più io dovevo rintracciare la sua produzione giuridica. Fu fondamentale la biblioteca Vaticana. Per leggere i documenti dell’epoca seguii due seminari di paleografia del professor Valentini, al secondo ero l’unico partecipante».
Come si arriva dalla ricerca giuridica alla musica antica?
«Esaminando i documenti su Agnifili mi imbattei anche in alcuni codici musicali donati da Agnifili alla chiesa aquilana e da quella scoperta non mi sono più fermato».
Lei ha anche rintracciato i testi delle laude Celestiniane e ha ritrovato le “melodie”.
«A questa cosa tengo molto. Nel 1994 grazie anche a Federico Fiorenza e Walter Capezzali organizzammo un evento sulle Laude. Ci fu poi una replica, in seguito però sono state ignorate e finite nel dimenticatoio. Nel 2015 ho pubblicato un libro corposo – che amplia e completa la ricerca sulle Laude – sui Cantici del Perdono. È stata una ricerca che mi ha portato in luoghi impensabili».
C’è una scoperta che le ha suscitato una particolare emozione?
«Tutto il mio lavoro mi emoziona. Di fronte a un documento antico c’è sempre l’ansia di capire, scavare, mettere in relazione, ricomporre una storia. Ne dico due per esemplificare. Ho portato alla luce un inedito di Bach che io considero un genio donato all’umanità e poi una cosa più legata alla città e alle vicende del post-terremoto: poco tempo fa un’amica architetto, Carla Bartolomucci, impegnata nei lavori a Palazzo Carli-Benedetti, mi ha inviato la foto di un affresco sul quale si leggevano note musicali. Le ho trascritte e a fine maggio ci sarà un concerto proprio a Palazzo Carli-Benedetti».
Durante questo colloquio mi è sembrato che in lei spesso compaia un po’ di amarezza rispetto allo stato dell’Aquila 9 anni dopo il sisma.
«Io penso che noi siamo in una città senza memoria, e non credo che sia un fenomeno legato solo al post-sisma. Il terremoto lo ha acuito a causa della dispersione della popolazione causata dalle 19 new town. Oggi L’Aquila ha bisogno di tre cose: identità, cultura, dialogo. C’è bisogno di una vera e propria rifondazione in cui recuperare il passato non dev’essere operazione sterile o peggio nostalgica. Deve invece essere la base per guardare e guidare il futuro».
Lei ha avuto negli ultimi anni problemi di salute anche se non ha mai smesso di lavorare.
«Per più di 5 anni sono stato in dialisi, nel 2011 ho avuto il trapianto di rene e sono stato operato per un aneurisma cerebrale che nel 1999 aveva colpito anche mia madre che ci ha lasciato a soli 59 anni. Nonostante questo sono andato avanti. Ora sto bene e continuo a girare il mondo. Ho l’onore di collaborare con importanti università che mi chiedono di fare ricerche – sono stato 4 anni a Firenze per conto di un ateneo americano – mi invitano a convegni per i quali preparare relazioni scritte in inglese. Insomma, c’è sempre tanto da approfondire».
Com’è Francesco Zimei quando si toglie l’abito del ricercatore?
«Potrei dirle che non lo tolgo quasi mai. Il mio lavoro è la mia vita. Pensi che a casa a Roma non abbiamo il televisore. Il “tempo libero” è dedicato all’ascolto della musica, alla lettura, all’andare qualche volta al cinema e poi, stando a Roma, mostre e concerti non mancano mai».
Le piacerebbe tornare a lavorare per la città dando il suo prezioso contributo?
«Sono stato interpellato per far parte del comitato Perdonanza. Sembra che ci siano le condizioni per incidere in maniera utile e concreta. Io dico sin da adesso che sulla Perdonanza dobbiamo ripartire dalle origini e cioè dal grande lascito di Celestino: l’indulgenza e quindi dal fatto che L’Aquila vanta il primo Giubileo nella storia della Chiesa. E mi lasci dire: negli ultimi tempi la bolla originale è stata portata in giro per varie parti, secondo me è stato un errore. Chi vuole vedere la bolla vergata da Celestino deve venire all’Aquila altrimenti si accontenti di una copia».
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