Il mulino costruito dai monaci cistercensi

9 Febbraio 2021

Si arricchisce di nuovi tasselli la lunga e travagliata storia dell’edificio dei Gasbarri a Tempera

L’AQUILA. La storia del mulino Gasbarri di Tempera si arricchisce di nuovi tasselli. Di impianto medievale – tornato a funzionare un paio di anni fa nel piccolo borgo aquilano dopo le manutenzioni necessarie in seguito al sisma del 2009 – non finisce di rivelare sorprese sui proprietari che si avvicendarono e sulle sue origini. Nunzia Masci e Alfonso De Amicis (ambientalista e archivista) hanno approfondito la storia del mulino attraverso gli atti catastali conservati nell’Archivio di Stato dell’Aquila. «Dai documenti individuati», afferma Masci docente e giornalista, «emergono i passaggi che raccontano la lunga vita del mulino Gasbarri e restituiscono all’oggi due elementi di particolare interesse: l’origine, per mano dei monaci cistercensi e il possesso da parte della potente famiglia De Rosis fin dalla metà del 1500».
«Queste nostre note vengono da lontano. Dal profondo Medioevo, quando inizialmente è molino di Casanova dei Cistercensi»: così si legge in uno dei primi atti catastali, che dà notizie certe sull’edificio e sul luogo nel quale è costruito. Dal medesimo documento, risalente al 1551, si apprende che, avendo studiato a fondo dai romani l’arte di edificare mulini ad acqua, l’ordine monastico sfruttò la portata del Vera per avviare, tra le altre, anche questa struttura, giunta quasi intatta fino a noi. «È noto che», continua Nunzia Masci, «le opere di ingegneria idrica, messe a punto dai cistercensi per deviare l’acqua laddove era necessario, incentivarono le colture di grano e contemporaneamente l’economia locale. Non è difficile immaginare anche la presenza di diverse valchiere lungo tutto il tratto del Vera, attivate per la forte richiesta di lana da Firenze. Fu tanto il movimento economico, insomma, da spingere famiglie dominanti nel quadro cittadino, come quella dei De Rosis, a comprare questo mulino e altri possedimenti, tra i quali vigneti e beni di vario genere, divenendo così pionieri e casato primario del luogo. I De Rosis, detti anche Rosa, furono titolari dell’edificio noto poi come palazzo Ardinghelli, in piazza Santa Maria Paganica all’Aquila, oggi restaurato e destinato a sede del Maxxi. Nel catasto Pasquieri del 1600 sono indicate perfino le rendite vantaggiose di tali affari. Questo implica una riflessione in più sull’attualità, a riprova che la città dell’Aquila ha tratto da sempre la sua spinta economica dal contado circostante e insieme erano e sono imprescindibili. Un salto di 200 anni – durante i quali la produzione di carta e di manufatti in rame avevano sostituito la lana – ci proietta in un contesto economico-produttivo in parte mutato. Protagonista, nella figura di Giacomo, diventa la famiglia Vicentini, già proprietaria della locale rinomata cartiera. In una sezione del Catasto napoleonico del Comune di Paganica c’è anche un altro nome dello stesso ceppo, Agapito. Ben poco, invece, durò il possesso nelle mani dei Cannella, famiglia salita in auge durante il Risorgimento aquilano. Fabio, capostipite è nominato in un documento del 1877 nel Catasto urbano. Nel 1890 la famiglia Ciccarella, in un’asta giudiziaria, si aggiudicò il mulino. Si potrebbe definire un corso lungo e travagliato, che trovò la sua definitiva e attuale attribuzione nella famiglia Gasbarri, proprietaria dal 1921. Ad essa si deve la cura e il merito di averne fatto un’attività continuativa, tramandata alle nuove generazioni, eredi consapevoli di un bene che basa la sua forza sulla semplice, ma vitale combinazione di acqua e farina», conclude Nunzia Masci . (g.p.)
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