«Il padre progettista estraneo alla tragedia»

De Angelis perse la figlia nel crollo del palazzo killer da lui ristrutturato L’avvocato Coppi: «Va assolto, non doveva verificare la solidità dell’edificio»
L’AQUILA. La morte della figlia Jenny nel crollo del palazzo killer di generale via Rossi da lui ristrutturato nel 2000 lo tormenterà per sempre. Come pure quelle degli altri 16 condòmini rimasti sotto le macerie. Ma l’ingegnere Diego De Angelis, 70 anni,noto in città anche come professore di matematica, non ci sta a passare come l’unico responsabile di quella tragedia e ha la coscienza a posto. E il 1° giugno si giocherà la sua ultima carta in Cassazione: un’eventuale assoluzione non cancellerebbe il dolore ma spazzerebbe i rimorsi e darebbe sollievo. De Angelis, che si salvò dal crollo, ha chiesto aiuto al principe del Foro italiano per dimostrare la sua innocenza: l’avvocato Franco Coppi. Il comportamento processuale e umano di De Angelis, condannato in secondo grado a un anno e 11 mesi per omicidio colposo plurimo, fu elogiato, paradossalmente, dallo stesso pm Fabio Picuti che in occasione del processo di primo grado si lasciò andare a frasi inequivocabili. Un processo “storico” in quanto ci fu il primo verdetto, in assoluto, sui crolli del post-terremoto. «L'importanza di questo processo è culturale», disse in aula durante la requisitoria. «De Angelis è stato onestissimo, per lui ho la più grande ammirazione. Gli volevo suggerire la risposta durante il suo interrogatorio», ammise il pm in aula, «avrei voluto che mi avesse detto di aver fatto la verifica strutturale e di non averla depositata. Oppure che non abbiamo saputo trovarla. Se mi avesse risposto così avrei chiesto l'assoluzione, ma De Angelis non se l’è sentita di mentire. E io l’ammiro. Però dicendo la verità ha dato validità al capo d’imputazione».
Il palazzo fu realizzato negli anni Cinquanta in modo tanto pedestre, e con materiali scadenti, al punto che la discussa ristrutturazione comunque non ha avuto alcuna incidenza sull’implosione del fabbricato.
La Procura, poi sostenuta dalle due sentenze di condanna, ha contestato nei precedenti processi come in occasione dei restauri non ci fu alcuna verifica sulla staticità. Si contestano delle omissioni nei calcoli che non emergono dalle documentazioni. Se quei calcoli fossero stati fatti, l’accusato si sarebbe reso conto della fragilità del palazzo.
Coppi, nella sua memoria, afferma che i restauri consistevano «in una semplice modifica del tetto per evitare infiltrazioni d’acqua e nella realizzazione di una più efficace coibentazione. Non si vede per quale motivo il De Angelis avrebbe dovuto compiere le verifiche reclamate nella sentenza impugnata visto che i nuovi lavori non incidevano sulle strutture. Le omissioni imputate a De Angelis non possono essere definite come “drammaticamente rilevanti” sia perché il ricorrente non era tenuto a eseguire le verifiche indicate nel capo di imputazione sia perché la stessa sentenza riconosce che la natura dei lavori fatti non richiedeva consolidamento». Nel ricorso si ricorda che, comunque, quei lavori alleggerirono il palazzo di 40 tonnellate. «Assolutamente gratuita», si legge nel ricorso, «appare la motivazione della sentenza impugnata, laddove cerca di qualificare come sopraelevazione i lavori effettuati e progettati da De Angelis essendo stato escluso dai periti che essi abbiano comportato una quasiasi modifica di altezza e risultando incomprensibile il riferimento al fatto che, non si sa quanti anni prima, il quarto piano dell’edificio era stato frutto di elevazione». Coppi, dunque, chiede di annullare la condanna senza rinvio.Le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Wania Della Vigna, Alberto Gamberini, Paolo Vecchioli.
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