Il padrino accusava: negati i miei diritti

Il boss infuriato per la sua missiva intercettata dal reparto speciale della Penitenziaria e bloccata dal tribunale dell’Aquila
L’AQUILA. Il boss Matteo Messina Denaro accusava il tribunale di sorveglianza dell’Aquila di avergli negato i suoi diritti fondamentali. In particolare per quella lettera, scritta di suo pugno mentre era detenuto in regime di 41 bis nel supercarcere Le Costarelle di Preturo e indirizzata a un non meglio precisato familiare, ma intercettata dal reparto speciale della polizia penitenziaria e poi bloccata dai giudici del capoluogo abruzzese, che ad aprile rigettarono il reclamo ufficiale avanzato dal boss per il mancato inoltro.
Tra le righe della sua ultima missiva doveva esserci scritto qualcosa di importante, tanto da spingere il capo di Cosa Nostra ad appellarsi alla Corte di Cassazione perché ne autorizzasse l’invio. E a farlo con un ricorso contro l’ordinanza del tribunale di sorveglianza in cui si parlava, appunto, di «violazione di legge e vizio di motivazione, prospettando la lesione dei suoi diritti fondamentali».
Righe a cui Messina Denaro teneva così tanto da far ipotizzare che contenessero il testamento del boss. Quelle parole, però, sono secretate e completamente inaccessibili, anche perché tuttora oggetto di indagine da parte degli inquirenti.
La lettera Messina Denaro l’ha scritta tra fine marzo e inizio aprile scorsi, mentre si trovava nella sua cella nel carcere aquilano. Lo ha fatto pochi giorni prima dell’arresto della sua amante, Laura Bonafede, accusata di aver coperto la a latitanza del boss. E poche settimane prima del peggioramento del cancro al colon terminale di cui era affetto e che lo ha poi costretto a ricoveri ospedalieri e interventi.
È morto il 25 settembre scorso sul letto dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, senza riuscire a ottenere una risposta dai giudici della Cassazione. La sentenza è infatti arrivata solo successivamente: ricorso inammissibile per decesso del ricorrente. Ed è stata proprio la sentenza a svelare pubblicamente la vicenda, pur non fornendone dettagli precisi.
Secondo la Legge, la corrispondenza dei detenuti può essere limitata e controllata per «esigenze attinenti le indagini o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza e di ordine dell'istituto». E per un padrino del calibro di Messina Denaro, recluso in regime di 41 bis all’Aquila immediatamente dopo la cattura del 16 gennaio scorso, l’esigenza era ovviamente anche quella di evitare che riuscisse in qualche modo a impartire ordini dal carcere.
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