Il ragioniere Dante si racconta in un libro

1 Novembre 2018

Da Castel del Monte alla Francia e ritorno, un’autobiografia ben scritta sul filo dei ricordi

CASTEL DEL MONTE. Il libro si intitola “Il ragioniere di Castel del Monte”, l’autore è Bruno Dante nato nel centro castellano nel 1941, sposato e con due figli. È la cronaca della vita di un uomo cresciuto negli anni del boom economico (Cinquanta e Sessanta del secolo scorso) ma in un contesto, quello del suo paese di origine, che ancora manteneva le caratteristiche di quella civiltà contadina e pastorale che erano rimaste immutate per secoli. Il racconto di Bruno Dante, che ha i tratti di una vera e propria autobiografia, è interessante perché in maniera semplice e scorrevole parla di sé ma dentro un mondo che, mentre lui cresceva, stava velocemente e tumultuosamente cambiando. Il ragazzo Bruno Dante che in altri tempi sarebbe stato “condannato” a fare la vita dei suoi genitori (legata alla pastorizia) o al più a esercitare piccole attività artigianali sceglie per sé percorsi diversi che i tempi nuovi stavano aprendo o promettevano di aprire. Studia da contabile e arriva il primo lavoro come rappresentante di commercio. Poi l’azzardo: va in Francia, trova una occupazione e ci rimane a lungo, fa una puntatina anche a Londra per imparare l’inglese. Un giorno il proprietario dell’azienda francese muore e le prospettive della ditta non sono più tanto rosee. Bruno Dante decide di tornare a Castel del Monte dove vince il concorso per un posto in Comune. Lì rimarrà fin quasi alla pensione raggiunta nel 2002 (gli ultimi anni di lavoro li passerà a Scoppito e a scavalco in un altro paio di Comuni). Ma ai tratti biografici l’autore aggiunge una serie di pennellate sulla sua infanzia (molto gustosi sono i flash sui giochi fra ragazzi), sulla prima giovinezza, sulle differenze fra il “mondo” del suo paese natìo e quello di Francia e Inghilterra. C’è un passaggio molto ben costruito in cui viene raccontata com’era la scuola elementare a cavallo fra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta. «In terza» scrive Bruno Dante «alla maestra Delia subentrò il maestro Sandrino... Però, a differenza della maestra Delia, lui aveva la riga. Una bacchetta di legno che gli serviva per “rinfrescare” quelli più irrequieti. Ti faceva allungare una mano, la destra o la sinistra, e sul palmo aperto ci sferzava una bacchettata. Che erano sempre in numero pari. Due o quattro, a seconda della gravità della punizione. A quei tempi le bacchettate erano all’ordine del giorno e nessuno osava raccontarlo ai genitori. Altrimenti gli avrebbero raddoppiato la dose... Malgrado ciò, noi avevamo rispetto per i nostri insegnanti. E anche i genitori. Quando li incontravano gli dicevano: Mena, signor maestro! Ma non c’era bisogno di dirglielo, tanto lo facevano lo stesso».
Il libro di Bruno Dante ci dice che i tempi sono proprio cambiati. Se in meglio o peggio ognuno potrà giudicare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA