«Il virus circola anche nei supermercati»

Marinangeli (il primario di Rianimazione in isolamento fiduciario) racconta le sue “ferie” forzate
L’AQUILA. Il contagio della donna nella cui casa è entrato il professor Franco Marinangeli, per far visita al padre di lei, potrebbe essere avvenuto ovunque, «anche al supermercato». Lo afferma lo stesso primario di Rianimazione, in isolamento fiduciario per aver visitato un paziente la cui figlia è risultata positiva al tampone.
«Non bisogna richiudere tutto», afferma Marinangeli, «bisogna prevenire con moderazione e buonsenso: nell’incertezza legata al virus, l'unica certezza è che se ci comportiamo bene i contagi non aumentano. Non è grave e difficile mettere la mascherina e mantenere le distanze. Il mio caso e quanto sta accadendo in Italia sono la dimostrazione che il virus gira e che non è per niente remoto il rischio di contagio». Il professore è stato raggiunto dalla notizia della positività della figlia del paziente mentre pranzava con parenti e amici il giorno di Ferragosto. «Mi sono tirato subito indietro con la sedia e sono andato a fare il tampone»: è risultato negativo al primo, ora dovrà stare a casa fino al 21 agosto, giorno del secondo. Se risulterà negativo, potrà tornare al lavoro. Marinangeli è stato tra i medici in prima linea nella pandemia.
«Sto bene, ma non è per niente bella la sensazione degli “arresti domiciliari”», spiega ancora il primario. «Sto smaltendo il lavoro arretrato ma è fastidioso essere costretti a stare in casa e senza contatti diretti. Non dobbiamo ricadere nell’emergenza di 4 mesi fa, gli anestesisti e gli infermieri nel frattempo non si sono moltiplicati e i problemi non si risolvono certo con la disponibilità di ventilatori e respiratori. Sono preoccupato perché non c’è attenzione: ad esempio, non ci sono state misure adeguate per controllare gli italiani di ritorno dalla vacanze all’estero e dei migranti che entrano e poi scappano dai centri di accoglienza. Sta succedendo qualcosa di anomalo e lo riscontro anche sentendo i miei colleghi».
Il rianimatore riscontra elementi che fanno riflettere: «La figlia del mio paziente non frequenta discoteche e conduce una vita controllata per via delle condizioni del padre, di conseguenza in casa entrano medici infermieri e persone selezionate. Non si sa quindi dove avrebbe contratto il virus, potrebbe essere stato anche al supermercato. Meno male che i suoi contatti erano tracciati e abbiamo limitato i danni. Comunque, non possiamo permetterci di riconvertire ancora una volta gli ospedali se dovessero riesplodere i contagi. Ci sarebbero conseguenze terribili, visto che stiamo cercando di riorganizzarci dopo mesi di ritardi, blocco di visite ed esami per le altre malattie gravi».

