Internati abruzzesi, nuovi atti dagli archivi

7 Gennaio 2020

Studio della docente Giusti (originaria di Rocca di Mezzo) fa luce sulla prigionia in Russia e Germania

L’AQUILA. È da poco in libreria un nuovo e approfondito studio dal titolo “Gli internati militari italiani: dai Balcani, in Germania e nell’Urss. 1943-1945”. L’autrice è Maria Teresa Giusti, storica di livello nazionale, originaria di Rocca di Mezzo e oggi docente di storia contemporanea all’Università D’Annunzio. L’editore è Rodorigo.
«La vicenda degli italiani prigionieri nei Balcani tra il 1940 e i primi anni del Dopoguerra e il destino dei militari internati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 sono temi rimasti a lungo ai margini della ricostruzione storica e della memoria», scrive Giusti nell’introduzione, «e a tutt’oggi non sono stati pienamente indagati e compresi nella loro complessità e drammaticità. In questo volume ho raccolto, rielaborandoli, gli studi che ho svolto sino ad oggi sul tema della prigionia e dell’internamento, avvalendomi inoltre della documentazione inedita in lingua tedesca e russa, consegnata dal presidente bielorusso Lukasenko alla presidenza del Consiglio italiano nel 2009. I documenti raccolti negli archivi russi e nei National Archives di Londra, e la letteratura pubblicata sul tema, insieme alla memorialistica, hanno aiutato a rendere più chiaro il quadro di questa vicenda a margine della seconda guerra mondiale. La prigionia degli italiani nei Balcani rappresenta l’esito di una campagna militare disastrosa, avviata con l’annessione dell’Albania (forze italiane vi sbarcarono il 7 aprile 1939), proseguita con l’attacco alla Grecia (ottobre 1940) e completata con la guerra alla Jugoslavia (aprile del 1941). L'occupazione italiana di questi territori non fu sempre informata a un comportamento corretto nei confronti dei combattenti e dei civili, ma assunse i caratteri di una guerra spietata, soprattutto laddove – in special modo in Jugoslavia – le autorità civili e militari non seppero gestire l’occupazione senza ricorrere a violenze e rappresaglie. Lo studio si pone l’obiettivo di tracciare un bilancio sulle diverse prigionie dei militari italiani nei Balcani (tra cui anche molti abruzzesi, ndr), trattando dapprima i casi della prigionia in Grecia, Albania e Jugoslavia, senza dimenticare il fatto che l’Italia è stata una potenza occupante e che l’occupazione dell’Asse ha precipitato la regione balcanica in una spirale di violenza, complicata dalle guerre civili. Da ciò derivò un atteggiamento di rivalsa che si trasformò presto in odio e desiderio di vendetta da parte delle forze di resistenza locali nei confronti degli occupanti presi come prigionieri. Il trattamento verso i militari italiani fu quindi generalmente brutale e, in linea di massima, i prigionieri furono utilizzati – ad esempio in Albania – come merce di scambio, arma di ricatto, per ottenere vantaggi negli assetti internazionali postbellici».
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