Investì carabiniere, niente carcere La figlia: mio padre ucciso due volte

3 Settembre 2022

L’uomo che ubriaco travolse l’appuntato sulmonese Anzini potrà essere affidato ai servizi sociali Senza pace Sara, allora diciottenne: «Uno schifo sapere che chi ha distrutto la mia vita sarà libero»

SULMONA. «Mio padre è morto una seconda volta»: così conclude uno sfogo lungo, sofferto e doloroso Sara Anzini, la figlia di Emanuele Anzini, il 41enne carabiniere sulmonese travolto e ucciso da un’auto in piena notte mentre era in servizio in provincia di Bergamo. Sara si sfoga perché «chi ha distrutto la mia vita non sarà punito, non andrà in carcere e sarà libero per sempre». Colombo Manzo, l’uomo che il 17 giugno del 2019 ha stroncato la vita dell’appuntato scelto Anzini, potrebbe infatti essere affidato ai servizi sociali. Non ci sarà così il carcere per lui.
LA SENTENZA
Manzo, di professione cuoco, guidava in stato di ebrezza quando, alla guida di un’Audi, ha travolto il carabiniere di Sulmona che era impegnato in un posto di blocco alle 3 di notte a Terno d’Isola, in provincia di Bergamo. Nel febbraio 2020 è stato riconosciuto colpevole di omicidio stradale aggravato e condannato a nove anni di reclusione. Nell’aprile dello scorso anno, in Corte d’Appello, la pena è stata ridotta a sei anni, due mesi e venti giorni di reclusione (5 anni e 4 mesi per omicidio colposo con guida in stato di ebbrezza più 10 mesi e 20 giorni per omissione di soccorso). Con la pena da espiare resta sotto i sei anni, può usufruire dell’affidamento in prova speciale ai servizi sociali. L’udienza per la decisione non è stata ancora fissata.
il dolore che resta
In altre occasioni Sara aveva scelto di parlare pubblicamente. «Non lenisce nemmeno in minima parte il profondo dolore che provo per la perdita di mio papà», aveva detto al Centro nel febbraio 2020, dopo la condanna a nove anni. «Ci sono dolori», torna a scrivere oggi, «che non hanno tempo, immobili, enormi, mille volte più forti della nostra capacità di soffrire, mille volte più forti della nostra capacità di sopportarli. Dolori che restano lì, inesorabili come pugnali nel cuore, che non danno tregua».
senza pace
Non si dà ancora pace per aver perso appena diciottenne il padre di anni, in quella maledetta notte, ne aveva 42: «Andato via per sempre da me per colpa di chi non ha avuto rispetto di sé stesso, per colpa di quel piede troppo premuto sull’acceleratore, per colpa di quel troppo alcool nel sangue, per colpa del suo “Non mi sono accorto di niente”. Continuo ad immaginare i due fari della macchina che gli vanno incontro e i suoi bellissimi occhi che guardano per l’ultimo istante questa vita».
lo sfogo
Sapere che chi ha ucciso il padre potrà presto tornare libero è un altro pugnale nel cuore per Sara. È sale sparso su ferite mai rimarginate. Poco o nulla ha per lenire il dolore, se non queste righe scritte sui social, sulla sua pagina Facebook dove ha scelto di tenere, come immagine di copertina, una sua foto col padre. «So che parlo con il cuore e non con le leggi», ammette, «ma forse è ora che queste leggi incomincino a fare paura, che queste persone prima di bere e mettersi al volante sappiano che non saranno graziati. C’è bisogno di leggi che diano giustizia a chi ha perso tanto, tutto. E non leggi per favorire chi non le rispetta», incalza la ragazza, che poi conclude senza mezzi termini ciò che prova: «Mio padre è morto una seconda volta, e sapere che chi ha distrutto la mia vita non sarà punito, non andrà in carcere e sarà libero per sempre è uno schifo. E io invece privata per sempre dell’amore di mio padre». E chiosa laconica: «Confido nella giustizia divina. Grazie Italia. Grazie giustizia italiana».