L’accusa: così il macellaio ha massacrato D’Amico

L’ordinanza di custodia in carcere ripercorre gli ultimi istanti di vita dell’operaio «Ventuno colpi sferrati con violenza con lo scalpello, l’ultimo con la mazzetta»
L’AQUILA. Lo ha guardato in faccia. Per un attimo ha incrociato occhi che di lì a poco si sarebbero spenti per sempre. Ha affondato il primo colpo. I dieci centimetri della “lama” di uno scalpello da falegname hanno subito fiaccato Paolo D’Amico. Ma il suo assassino non si è fermato. Ha colpito ancora. Il dipendente dell’Asm (la società che all’Aquila si occupa di igiene urbana), 55 anni, è caduto a terra, ha cercato di difendersi a calci. Il suo carnefice ha spostato l’attenzione sulle gambe e giù colpi, ancora colpi. Il medico legale ne ha contati 21. Mentre il sangue si disperdeva sul pavimento e la respirazione era già diventata rantolo, l’ultimo scempio. L’assassino ha mollato lo scalpello e ha preso un grosso martello. Lo ha scagliato sulla testa di quell’uomo ormai inerme. Voleva essere sicuro di averlo ucciso.
TRACCE DA FAR SPARIRE. L’omicida non è scappato subito. Doveva prima togliere il cadavere dalla posizione in cui si trovava: il torace e la testa devastati erano a cavallo della porta del garage. L’assassino ha tentato prima di spostare il corpo afferrandolo per le ascelle, poi, visto che in quel modo si sarebbe parecchio sporcato di sangue, lo ha afferrato per i pantaloni all’altezza delle caviglie trascinandolo per un metro e mezzo circa (questo gesto sarà all’origine di una delle prove più importanti raccolte dagli investigatori, il dna dell’aggressore). Ha richiuso la porta del garage, ma si è trattenuto ancora un po’ per cancellare il più possibile le tracce. Sapeva che la zona isolata e il buio lo avrebbero nascosto a occhi indiscreti. Ha ripulito con calma i manici dello scalpello e del martello (e infatti non sono state trovate impronte, nemmeno quelle della vittima) e probabilmente si è cambiato le scarpe. Le sue, marca Vans numero 42 o 43, erano intrise di sangue e avevano lasciato dei segni chiari sul pavimento (rilevati dai carabinieri sin dal primo sopralluogo). Ne ha prese un paio trovate nel garage. Poi ha rubato un telefono cellulare, un Nokia 216, del valore di meno di 50 euro lasciando invece 2.500 euro in contanti che D’Amico conservava in un cassettino. E questo ha fatto intuire ai carabinieri una prima cosa importante: far sparire il telefono (la vittima però ne aveva due) poteva significare solo “cancellare” tracce delle telefonate. Quindi l’assassino doveva essere uno che conosceva bene l’operaio e che aveva avuto con lui contatti frequenti. A quel punto, pensando di aver compiuto il delitto perfetto, l’omicida è andato via. Il primo tratto lo ha percorso a piedi, poi forse ha raggiunto la sua auto parcheggiata nelle vicinanze.
L’ORDINANZA. Le fasi della morte violenta di Paolo D’Amico sono descritte nell’ordinanza cautelare che due giorni fa ha portato in carcere Gianmarco Paolucci, 25 anni, incensurato, addetto alla vendita della macelleria che si trova all’interno del supermercato MD di Bazzano, poco dopo la rotonda sulla Statale 17. La macelleria è gestita da una società che non è la stessa che si occupa del resto del supermercato. Per 14 mesi – se le accuse verranno confermate nei vari gradi di giudizio – il 25enne avrebbe continuato a fare la sua vita come se nulla fosse accaduto. Su di lui per ora pesa un macigno che si chiama “omicidio volontario con l’aggravante di aver agito per futili motivi e per l’aver adoperato crudeltà verso la vittima per il particolare accanimento evidenziato dal numero e la violenza dei colpi inferti e dalla pluralità dei mezzi offensivi utilizzati”. Il referto dell’autopsia restituisce l’immagine di una vera e propria mattanza.
LA VICENDA. Domenica 24 novembre 2019 nel tardo pomeriggio il corpo senza vita di Paolo D’Amico fu trovato dal fratello Alvaro giunto all’Aquila da Roma preoccupato perché da qualche giorno non riusciva a parlare con il congiunto. Alvaro D’Amico appena giunto in via Colle Toma (vicinissima alla frazione di San Gregorio) si era subito insospettito. La porta dell’abitazione era aperta e la luce accesa. Dentro, nessuno. A quel punto era sceso in basso dove c’è il garage che la vittima usava per fare piccoli lavoretti di falegnameria e dove conservava circa 9 chilogrammi di marijuana frutto di una piantagione a ridosso della sua abitazione. La droga è stata forse uno dei moventi dell’omicidio tanto che secondo gli investigatori l’assassino prima di andare via ne ha portato un certo quantitativo con sé.
LA SCOPERTA DEL CORPO. Il fratello di Paolo D’Amico ha notato che la porta del garage era serrata in modo anomalo (c’erano cianfrusaglie messe a bella posta per impedirne l’apertura). L’ha forzata con un martello e ha fatto la terribile scoperta. Intanto erano giunti in via Colle Toma anche due amici della vittima e i carabinieri.
I TEMPI DEL DELITTO. Da quello che è stato possibile ricostruire ecco come si sarebbero svolti i fatti prima dell’omicidio. Nel primo pomeriggio di giovedì 21 novembre 2019 è certo che D’Amico e Paolucci si sentono per telefono. L’indagato dà una sua versione di quella telefonata: voleva avvertire il suo “amico” che era arrivata una bella partita di carne e poteva passare al supermercato a comprare qualche bistecca. Quella telefonata, invece, secondo l’accusa, potrebbe essere stato il modo per prendere un appuntamento il giorno dopo. E venerdì 23 novembre, poco dopo le 16, i due si incontrano. Non si sa se Paolucci arriva a Colle Toma da solo o con la macchina di D’Amico (un Suv più adatto a una stradina sconnessa) dopo aver parcheggiato la sua più in basso. Quello che è successo prima della tragedia non è ancora chiaro. Paolucci potrebbe aver chiesto una certa quantità di marijuana, D’Amico potrebbe avergli detto di no perché avanzava soldi da precedenti cessioni. A quel punto i toni si sarebbero “accesi”. D’Amico potrebbe essere risalito in casa per prendere qualcosa da far vedere al suo “ospite”. Quando è risceso ha trovato il suo carnefice pronto per fare scempio del suo corpo. Il medico legale ha stabilito l’ora della morte in una “forbice” fra le 16 e le 19,30 di venerdì 22 novembre, ora in cui il telefono di D’Amico è già muto. Il suo corpo senza vita resta per due giorni così come lo ha lasciato il carnefice. Nessuno ha sentito nulla in quella terra di mezzo. Ma l’assassino qualche traccia l’ha lasciata e gli investigatori ritengono di aver dato un volto all’omicida.
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