L’altra faccia dell’immigrazione L’integrazione oltre la violenza

21 Luglio 2024

Le storie di chi arriva da situazioni di privazioni, percosse e abusi, ma in Italia ha poi trovato un aiuto Don Dante Di Nardo (Caritas): «È più facile incontrare chi ti mette nei guai che chi ti dà una mano» 

L’AQUILA. A. è della Costa d’Avorio, 32 anni, ha subito violenze sessuali e torture di ogni genere, oggi lavora in un cantiere edile. M. arriva dal Camerun, ha 22 anni, a 9 anni ha perso i genitori, è stato schiavizzato nei campi, oggi lavora in un’azienda agricola. M. è uno studente egiziano, a 20 anni si è laureato e oggi fa tirocinio in uno studio tecnico. Sono tutti immigrati arrivati in Italia come “richiedenti asilo”. Non spacciano, non fanno risse, non rubano e non destabilizzano la tranquillità della città. «Anzi, senza scivolare in luoghi comuni, molti fanno lavori che alcuni non farebbero mai». Don Dante Di Nardo non ci sta a generalizzare le condotte degli stranieri in città. E ci permette di raccontare le difficili storie di giovani che si sono inseriti. Con fatica. Che lavorano. Che studiano. E che prendono anche riconoscimenti importanti.
preso a frustate
A. arriva in Italia a 23 anni. «Nel suo Paese ha subìto violenze sessuali», racconta la responsabile dello sportello immigrazione Caritas. «È stato frustato. Per poi riuscire a fuggire imbarcandosi ed è arrivato in Sicilia». Anche qui è stato maltrattato. Il famoso caporalato. Dove quei volti non hanno identità. «Gli davano due euro al giorno per lavorare, vivevano nelle baracche». All’Aquila incontra la Caritas che gli ha dato ospitalità. «Ha vissuto in una macchina trovata abbandonata nei campi». Ha studiato e sostenuto gli esami di lingua italiana. Oggi lavora in un cantiere edile. Ha preso la patente. Si vuole solo sposare. Ha una casa.
IL RAGAZZO DEL CAMERUN
M., a 22 anni, arriva con la barca dal Camerun. A 9 anni ha perso i genitori. È analfabeta e viene preso in custodia dallo zio. «Lui lo picchiava dalla mattina alla sera per lavorare la terra», racconta la responsabile dello sportello Caritas. «A 11 anni è scappato, è passato per il deserto ma arrivato in Libia è finito in carcere. Per poi essere schiavizzato nell’edilizia». Ha visto morire in mare il suo migliore amico. È arrivato in Caritas all’Aquila. In “Casa Giovani” dove il parroco di Pettino ha nove posti per accogliere ragazzi minori o appena maggiorenni per l’alfabetizzazione. Oggi lavora in un’azienda agricola. «Ha una casa e ieri ci ha chiamati per dire che ha anche preso la patente».
LO STUDENTE EGIZIANO
M. è egiziano e ha 20 anni. È arrivato in Italia con regolare permesso di studio. Carte in regola, arriva all’Aquila per studiare ingegneria, ma non trova un posto per dormire. La sua casa diventa la stazione per un po’. Lo accoglie don Dante e lo ospita a Pettino, sempre nella “Casa Giovani”. M. ha potuto concludere l’iscrizione all’università e oggi ha terminato tutti gli esami del primo anno. Sta facendo un tirocinio in uno studio di ingegneria. Un tirocinio offerto proprio dalla Caritas. Si percepisce un’emozione particolare nel racconto della responsabile della Caritas diocesana. «Le loro storie le ho tutte nel cuore», aggiunge. «Nessuno aiuta gli stranieri, noi, invece, non facciamo altro che questo. Se tutti gli italiani trattassero gli stranieri come trattano i propri animali, il mondo sarebbe un mondo di accoglienza».
«vietato generalizzare»
«Generalizzare è un errore», è la riflessione di don Dante. «Questi ragazzi arrivano da fuori, quindi chi arriva a delinquere deve trovare qualcuno che li aiuti a delinquere. E in questo Paese fai prima a trovare chi ti aiuta a delinquere che chi ti aiuta a mettere la vita a posto».
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