L’amante e quell’incarico nell’ente religioso

2 Agosto 2017

Lasciò il suo lavoro da commessa e venne assunta dalla “Fédération catholique  romaine neuchâteloise” con una paga base di 1.800 franchi svizzeri al mese

L’AQUILA. Nel 2013 si era trasferita da Roma, dove lavorava in un negozio, per recarsi in Svizzera. Era stata appena assunta dalla “Fédération catholique romaine neuchâteloise”, un ente religioso che fa capo al Vaticano, con una paga base di 1.800 franchi svizzeri al mese (al cambio odierno, 1.584 euro). Tre anni più tardi, nel 2016, il tribunale civile di Roma l’avrebbe condannata a versare quindicimila euro all’ex marito, che l’aveva citata per i danni patiti a causa della «relazione pubblica» avuta con un sacerdote.
Quel prete, a maggio del 2014, è arrivato ad Assergi. Don Vito Isacchi, originario di Bergamo, celebrò la sua prima messa nella chiesa di Santa Maria Assunta, che custodisce le spoglie mortali di San Franco, miracolosamente scampata al terremoto del 2009. Erano in tanti, quella domenica di tre anni fa, ad accogliere il nuovo, giovane parroco. Per lui una madre di famiglia, come si suol dire, aveva perso la testa.
Un particolare di cui, naturalmente, i parrocchiani dell’epoca non erano a conoscenza. Soltanto nel 2014 il tribunale civile di Roma pubblicò la sentenza con la quale sanciva la separazione della coppia, con addebito per la donna.
«È indubbio», scrivevano i giudici, «che la relazione instaurata, anche per il suo protrarsi per un lungo arco di tempo, e per la notorietà che aveva assunto tra i conoscenti della coppia costituisca motivo idoneo a determinare la frattura del rapporto matrimoniale e quindi a legittimare la pronuncia di addebito».
«Di contro», aggiungono in giudici, «sebbene sia certamente verosimile che nell’ambito della coppia si siano manifestate anche in precedenza significative difficoltà di comunicazione, non constano in atti reali elementi che inducano a ritenere che i rapporti tra gli stessi risultassero gravemente deteriorati in epoca antecedente alla predetta relazione, che può farsi risalire almeno al 2008».
Una decisione, quella di trasferirsi in Svizzera, avevano anche rimarcato i giudici nella sentenza, «che l’ha allontanata dalla residenza familiare, che sta ponendo i coniugi dinanzi a situazioni patrimoniali molto gravose, conseguenti all’impossibilità di far fronte ai debiti».
E pensare che era stata proprio la donna a presentare istanza per la separazione, con la richiesta di addebito nei confronti del coniuge, dal quale voleva anche il pagamento delle rate di mutuo della casa dove vivevano e il mantenimento per sè e i due figli.
Nel 2008, invece, il marito della donna aveva richiesto un incontro alle autorità ecclesiastiche di Bergamo, senza avere risposte.
Tre anni dopo, attraverso i suoi legali, gli avvocati Giuseppe Di Nardo e Daniele Di Nunzio, aveva reiterato la richiesta «così da poter esporre la spiacevolissima vicenda che lo ha interessato e scongiurare gravi pregiudizi in danno dei due figli», all’epoca all’oscuro degli avvenimenti che agitavano la famiglia.
Anche in quel caso non aveva ottenuto risposte, fino a quando, nel 2011, l’uomo si era rivolto alla Conferenza episcopale italiana, la quale aveva risposto in questi termini: «La questione oggetto della Sua missiva non rientra nelle competenze della Conferenza Episcopale Italiana. Per questa ragione, mi faccio premura di trasmetterne copia all'Ordinario diocesano di Bergamo». Ora, come riportiamo nel servizio a fianco, una svolta con la presa ufficiale da parte della Curia aquilana con le scuse di don Vito.
©RIPRODUZIONE RISERVATA