L'Aquila, Colapietra: salvare la biblioteca, altro che Porta Barete

26 Marzo 2015

Lo storico denuncia l’isolamento dell’istituzione culturale: "Va riportata in centro, la sua funzione sociale ci manca"

L’AQUILA. Biblioteca, oppure sarebbe meglio dire oblio-teca, visto che pare caduta, ormai, nel buco nero della dimenticanza dei reggitori del bene pubblico. Il grido di dolore sulla «Tommasiana» – confinata dal 2011 in un capannone di Bazzano, senza prospettive immediate di rientrare in centro, dove stava, tra i Quattro cantoni e la statua di Sallustio – si leva alto dalle parole di un suo non recente frequentatore. Lo storico Raffaele Colapietra sfoglia con dolore le pagine di una vecchia storia già segnata ben prima del terremoto.

Dove comincia il declino?

«La biblioteca, pre-sisma, era stata decapitata. La sala Patini, sua naturale prosecuzione, parte integrante della cultura aquilana per eventi e conferenze, era stata tenuta nel più completo abbandono. Non se ne fece alcun uso. Le sale successive, fino ai Quattro cantoni, le migliori perché sistemate verso Oriente, dunque più luminose, furono prese ad altro scopo come sede di rappresentanza dell’amministrazione provinciale, che aveva sede altrove. Dunque ci sono responsabilità degli amministratori provinciali. Di oggi e di ieri. L’abbandono di oggi è totale, ma la trascuraggine e il danno sono una vecchia storia. La biblioteca fu privata di locali che avrebbe potuto acquisire per essere più vivace. È prevalso il concetto della Provincia su quello della biblioteca, ridotta nelle sue capacità di espansione che avrebbe potuto avere nelle stanze del Gabinetto di chimica e fisica e negli altri locali al confine con la Camera di commercio».

Poi, il terremoto.

«La biblioteca ha avuto gravi danni nell’insieme, gravissimi nella parte dopo il salone ligneo dove c’era una piccola saletta, molto utile e ben fornita, con le collezioni dantesche e classiche latine e greche. Quello è l’unico luogo dove si è sfondato il tetto, non è stato fatto niente ed è andata completamente perduta: assoluta trascuraggine anche in questo caso».

Quindi il trasferimento in periferia. Perché a Bazzano?

«Si era parlato di Coppito e Bazzano. Coppito era la sede più naturale perché stava più vicino al resto delle facoltà. Perché sia andata a Bazzano, e proprio in quel luogo, non si è capito. Fino a un certo punto si è potuta...reggere con la vicinanza della facoltà di Lettere, ma da un paio d’anni questa facoltà è rientrata in città. La biblioteca sta accanto all’Archivio di Stato, messo in un luogo tutto sommato più felice. La sede è in un capannone, che è fatto per altri scopi. È vero che c’è molta luce, ma d’estate è assai caldo e d’inverno freddissimo».

La fruibilità ne risente?

«La gente non ci può andare. Non solo è fuori mano ma la zona non è fornita di mezzi, né si è fatto in modo che il sistema pubblico venisse rafforzato ad hoc, mentre prima la biblioteca era un punto di riferimento per lo studio e per le persone che vi si incontravano. E questo dava il carattere sociale, oltre che culturale, alla biblioteca, al di là della consultazione dei volumi. Le sale erano affollate, piene di ragazzi. C’era un controllo costante. La biblioteca a quello deve servire: non è che ci vanno gli eruditi, i colti. È un luogo in cui ci si incontra. Questo, adesso, si è perso completamente. E non si ha la benché minima idea di cosa fare».

Il dilemma della sede, si torna alle scelte della politica?

«Ci fu un periodo, dell’attuale amministrazione provinciale, in cui si parlò di fare all’interno del palazzo della prefettura, un grandioso edificio per la biblioteca. Quest’idea balzana fortunatamente è scomparsa subito. Ora non si ha la minima idea di cosa ne sarà. L’argomento, da gran tempo, credo che sia uscito dal dibattito della pubblica opinione. Il tutto accade in una città che raccoglie 12mila firme per Porta Barete, e, questo va detto, per una cosa che non esiste e che non bisogna restituire alla città. Perché si restituisce quello che esiste, non quello che si inventa».

Questo sì che è argomento al centro del dibattito...

«Là si tratta di fare una grossa costruzione, se si farà, da parte di speculatori che alzeranno un grosso edificio sullo zero, sul niente, perché non si trova niente. Perché da secoli e secoli la porta è sparita e scomparsa nella memoria: è un dato di fatto. Quella che è una realtà, invece, come la biblioteca, sta là e nessuno pensa di farne un uso. Persone come me sono sfiduciate, è il meno che si possa dire. Io, personalmente, che ho dato i miei libri alla biblioteca, dove c’è un mio fondo, proprio in questi giorni sono andato a riprendermi alcuni libri per leggerli. A titolo puramente sentimentale so che là ci sono degli amici che hanno fatto questo lavoro e io godo nel poter rivedere questi libri».

Libri che raccontano tante storie, anche personali?

«Dico una piccola cosa: uno dei libri che ho riportato a casa reca la data di Milano 25 aprile 1945. Quelle sono cose che personalmente mi confortano. Poter riavere tra le mani un libro mio, io che sono vecchio tanto da ricordarmelo, il 25 aprile...Poter leggere un libro mio stampato il 25 aprile, che io ho regalato e che sta in biblioteca, è una piccola cosa. Vorrei fare qualcosa di meglio, come uno dei tanti utenti consultatori, uno dei tanti cittadini aquilani, in una città in cui la biblioteca ha la sua importanza, senza esagerare come il solito vizio aquilano che proietta tutto in ambito europeo, mondiale, universale. La biblioteca è importante. Ce la dobbiamo difendere e la dobbiamo valorizzare perché merita anche dal punto di vista civile e sociale, oltre che culturale in senso stretto».

Chi deve muoversi?

«Chi amministra. Innanzitutto mandando avanti i lavori, che non si sa a che punto si trovino. Bisogna informare la popolazione indicando a che punto siamo, cosa faremo, se quei locali sono utilizzabili, ma credo di sì visto che i danni sono seri ma riparabili. E soprattutto deve tornare là, in centro, perché mi sembra largamente il luogo più adatto anche rendendo fruibili tutte le sale».

E l’Università c’entra?

«Ad Aquila le cose stanno una appiccicata all’altra. Quanto è brutta, orribile, la dizione Univaq: sembra un mercato di bestiame. Sento dire Ateneo fridericiano, il che significa fondato da Federico II, ma quello sta a Napoli... Sono piccole cose ma così volgari e così grossolane che fanno capire il livello, dell’idea grossolana e approssimativa delle cose e delle istituzioni che ha il suo culmine in Porta Barete, dove si parla di restituire...Se si dicesse faccio una bella piazza, come per l’Auditorium di Piano, che non c’era e adesso c’è, a parte ogni giudizio estetico...ma qui si tratta di inventare una cosa uscita dalla memoria. Porta Barete con le torri? Siamo bravi nel disperdere e trascurare le cose preziose che abbiamo».

C’è qualche luce tra le ombre?

«Importante e sostanziale il recupero di San Bernardino. Quelle sono cose serie: si è lavorato bene e si è fatto. A Santa Chiara sono state fatte scoperte importanti. Non si sapeva che quella è Santa Maria d’Acquili, vecchio monastero preesistente ad Aquila. Il luogo che noi consideravamo solo il convento dei Cappuccini si è rivelato davvero antico e pregevole. Questi sono risultati culturali di prim’ordine che vanno apprezzati. Il resto no».

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