L’Aquila e Amatrice I due inutili verbali della Grandi rischi
Il primo fu firmato dopo la scossa del 6 aprile 2009 Il secondo è del 25 agosto 2016. Conclusioni? Si salvi chi può
L’AQUILA. Le coincidenze fra il terremoto dell’Aquila del 2009 e quello che ha colpito Amatrice e altri comuni del Centro Italia non riguardano solo l’ora (03:36:32 il 24 agosto 2016 e le 03:32:39 il sei aprile 2009) e il numero delle vittime (309 all’Aquila, 298 nel Centro Italia) ma anche due verbali della Commissione Grandi Rischi. Il primo è celeberrimo perché è stato al centro di un processo. Fu redatto e firmato il sei aprile del 2009, alle 16.30 nella caserma della Guardia di finanza a Coppito. Un verbale che confermava «quanto già espresso nel corso della riunione del 31 marzo 2009» e cioè «l’impossibilità di prevedere i terremoti» mentre «viceversa è possibile definire in termini probabilistici la pericolosità di una determinata area geografica rispetto ad altre». In realtà però quella Commissione né allora né dopo (forse perché impegnata a difendersi dalle accuse mosse dalla Procura dell’Aquila) ha messo nero su bianco, ad esempio, l’altissima pericolosità sismica dei Monti Reatini. E se lo ha fatto se l’è tenuto per sè e non sono seguite azioni di tipo preventivo tanto che dal 2009 al 2016 i cittadini di Amatrice hanno continuato a dormire sonni tranquilli (come gli aquilani nella notte fra il 5 e 6 aprile 2009). Non risultano riunioni della Grandi Rischi – sulla pericolosità della zona di Amatrice – dal 2009 al 24 agosto 2016 (spero di essere smentito anche se cambierebbe poco). Eppure tutti i media, sia nell’estate del 2009 che in quella del 2010, sprecarono centinaia di titoloni sui rischi che correvano le popolazioni dell’Alta Valle dell’Aterno e quelle ai confini fra Lazio e Abruzzo. L’Ingv nel settembre 2010 (in conseguenza di uno sciame sismico che stava interessando la zona di Montereale, Cagnano e Campotosto) diffuse una nota per dire che «l’area compresa tra Montereale (L'Aquila) e Cittareale (Rieti) è inserita nella zona a maggiore pericolosità sismica del nostro Paese. Ciò deriva dalla sua storia sismica, caratterizzata da importanti terremoti, dalle analisi geodetiche, che individuano l'area in una zona a deformazione attiva, e dalla presenza di importanti strutture sismogenetiche attive». Quindi tutti sapevano ma in sei anni nessuno (enti e politici compresi) ha fatto nulla di concreto se non, a scossa avvenuta, tornare a contare le vittime. Ma c’è di più: il 25 agosto 2016 – 24 ore dopo – è spuntato un verbale della Commissione Grandi Rischi che dice fra l’altro: «Lo scopo della riunione era la valutazione dei possibili scenari evolutivi dell’evento, alla luce delle informazioni attualmente disponibili, e la proposta di misure atte a ridurre la vulnerabilità, con speciale attenzione alla salvaguardia della vita umana. L’evento di Amatrice del 24 agosto 2016 si inserisce nella sismicità che ha sconvolto l’Appennino centrale negli ultimi secoli e decenni e può essere considerato come un tipico terremoto appenninico, compatibile con la storia sismica e con il contesto sismotettonico regionale». Il terremoto dunque è un prodotto tipico, come lo Zafferano di Navelli. La curiosità sta nella conclusione dei due verbali, quello del 2009 e quello del 2016: in entrambi in sostanza gli “esperti” allargano le braccia e sostengono che la difesa dai terremoti è possibile solo con in interventi mirati che riducano la vulnerabilità delle strutture. I migliori cervelli della sismologia italiana alzano bandiera bianca e lanciano il “si salvi chi può” dicendo una cosa che anche un bambino dell’asilo potrebbe dire. Grazie del consiglio. Ai prossimi 300 morti. Al prossimo verbale.
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