L’Aquila in mani sicure, i portieri ricordano gli anni d’oro in rossoblù

11 Novembre 2022

Sergio Petrilli è ancora per tutti Kalì, come la dea dalle tante braccia «La C negli anni ’60 era tosta. Mi voleva il Varese, ma l’affare sfumò»

L’AQUILA . Quando si parla di calcio, spesso ci si concentra sul ruolo dell'attaccante, oppure dell’importanza del numero 10, il giocatore che fa da perno alla manovra d’ attacco. Oppure, il centrale di difesa, il giocatore che una volta si chiamava “libero”, che dettava i movimenti del reparto difensivo. E i portieri, chi si ricorda dei portieri? Eppure un salvataggio in extremis fatto da un portiere, un gol salvato in una situazione difficile, equivale a un gol fatto. Un portiere all’altezza rende la difesa più forte e se si prendono troppi gol vincere diventa quasi impossibile. E c’è stato almeno un caso nella storia dell’Aquila calcio in cui una difesa troppo ballerina ha portato alla retrocessione. Lo racconta Sergio Petrilli, portiere dell’Aquila calcio nella seconda metà degli anni ’60. Classe 1940, lo chiamavano Kalì, come la dea dalle molte braccia. Il nomignolo glielo avevano dato fin da quando militava nelle file dell’Oratoriana. Un giorno, in un torneo, parò due rigori addirittura ad Italo Acconcia, che lo prese da parte e lo invitò a proseguire. Poi L’Aquila calcio, dal 1964 al 1968, in serie C, un campionato che all’epoca «valeva più della serie B attuale», ricorda. Anni travagliati, quelli della metà degli anni ’60, quelli della Serie C ma anche dei problemi economici, con la società che faceva salti mortali per andare avanti. E che andava recuperando giocatori tra le formazioni del territorio. Come Carlo Ciuffini, classe 1947, portiere dell’Amiternina e dell’Aquila calcio nello stesso periodo. «Un ragazzo bravissimo», ricorda Petrilli. “Kalì” Petrilli ricorda ancora la fine del suo rapporto con L’Aquila.
È il 1968, la società cede Petrilli e Calderone al Manfredonia. «Da allora cominciammo a prendere gol a grappoli. Andavo a vedere la partita e mi dispiaceva tanto». «Ricordo tanti momenti belli, ma proprio tanti. E anche qualche momento brutto. Ci sta, nello sport», ricorda sorridendo Petrilli. «Ho ancora conservato il foglio del giornale che titolava “grandiosa papera di Petrilli”». Dopo L’Aquila, Manfredonia, e poi Giulianova, Manfredonia, Nuoro, Teramo, Celano. Tra i tanti ricordi, la partita con la Salernitana a fine campionato con l’attaccante Pierino Prati e l’allenatore Tom Rosati. «C’erano 10.000 spettatori, cinquemila venivano da Salerno. Pareggiammo 0-0 e loro vinsero il campionato». Un rimpianto? «Mi voleva il Varese, non si misero d’accordo. Certe occasioni bisogna coglierle al volo».
Carlo Ciuffini era arrivato all’Aquila in maniera un po’ rocambolesca. Un anno da giocatore, campionato 1964-1965, nel ruolo di portiere. «Il mio ruolo da giocatore dell’Aquila lo considero meno importante del mio impegno da allenatore», racconta Ciuffini, «visto che sono stato allenatore dei portieri fino al 1992». «Sono arrivato all’Aquila in un periodo in cui la società stava portando avanti la politica dei giovani, prendendo giocatori dall’Amiternina, non quella di Scoppito di oggi, ma quella omonima dell’Aquila. Avevo 17 anni, ero terzo portiere ma vivevo appieno lo spogliatoio della prima squadra. Poi, però, ero di proprietà dell’Amiternina e tornai con loro. C’erano Fernando Vaccarelli e Claudio Nardis, dal 1979 al 1982, e nel 1986 tornai all’Aquila. Era il periodo di Aldo Anzuini, e fino al 1992 per 6 anni di seguito ho allenato i portieri. Era il periodo di Guido Attardi e Feliciano Orazi, un gran bel periodo, la società solida e motivata». Esaurita l’esperienza con L’Aquila, Ciuffini ha continuato ad allenare i portieri a Scoppito, con l’Amiternina di Scoppito, nel settore giovanile, ai tempi della presidenza di Umberto Irti. «Ho incontrato giocatori fortissimi, ma ricordo sempre con affetto Giorgio Bettini, capitano giocatore e poi allenatore di tecnica e serietà straordinarie. Per L’Aquila resta una figura storica davvero importante».