«L’Aquila, una città da rifondare»

24 Luglio 2016

In un libro sulla storia del capoluogo l’acuta riflessione di un giovane studioso

L’AQUILA. Alla fine del 2015 per le edizioni del Mulino è uscito un libro di oltre 700 pagine dal titolo “L’Aquila nel regno, i rapporti politici fra città e monarchia nel mezzogiorno tardomedioevale”. L’autore è un giovanissimo storico, Pierluigi Terenzi 35enne di Pescara che vive a Firenze. Il libro sfata tanti luoghi comuni sulla storia della città. Alla fine del testo l’autore inserisce una postfazione in cui fa una breve riflessione (datata 2015) sull’Aquila post-sisma. Eccone un illuminante passaggio: «Non so quanto sia concreta, ad oggi, l’idea di una ricostruzione, anche se alcuni edifici sono rinati e diversi cantieri sono stati avviati. Forse bisognerebbe cambiare prospettiva e osare una rifondazione dell’Aquila. Ma questa rifondazione dovrebbe essere civile e morale, prima che materiale. Nel 1265 gli aquilani ricostruirono la loro città, nata solo qualche anno prima e poi distrutta da Manfredi di Svevia. La rinascita avvenne sotto l’egida di Carlo I d’Angiò, che sancì dall’alto un processo che si era avviato già alla fine degli anni Venti del Duecento e che era giunto a compimento una prima volta negli anni Cinquanta. La costruzione identitaria dell’Aquila andò di pari passo con quella materiale, progressiva ma incessante, fino al grande momento religioso, culturale e politico di cui fu artefice Celestino V. Egli fece costruire fuori dalle mura la “sua” basilica di Collemaggio. Da allora L’Aquila sviluppò le sue identità molteplici: “città-contado” e “città-santuario”, ma anche città produttiva e mercantile, città dello zafferano, città montana, città “guerriera” e altro ancora. Una pluralità che trova la sua sintesi nel motto inscritto nel gonfalone cittadino a partire dal Seicento: “Immota manet”. Il senso di saldezza, di inamovibilità di fronte a qualsiasi terremoto – naturale, politico, bellico – che trasmette questo motto di virgiliana memoria, ora rischia di significare immobilismo. Contro questo rischio, è necessario ribaltare la prospettiva e rifondare quella saldezza e quell’inamovibilità su basi nuove».