L'Aquila, «Via i sigilli dalla casa dove morì mio figlio, rivoglio le sue cose»

Appello ai giudici del noto commerciante Roberto Nardis dopo la perdita di Angelo. L'inchiesta ha escluso fatti penali ma la burocrazia è senza cuore. Lo sfogo del padre: «Sequestro inspiegabile a 5 mesi dal dramma»
L’AQUILA. Cinque mesi fa perse il figlio, Angelo, di soli 36 anni, trovato morto nella sua abitazione che da allora è ancora sotto sequestro. Le indagini chiarirono subito che la tragedia fu causata da un edema. Ora Roberto Nardis, storico commerciante di abbigliamento, rivolge un appello ai magistrati: «Ridatemi la casa così potrò riprendermi le cose del mio Angelo».
Le indagini fatte dopo la morte del ragazzo hanno escluso fatti penali per cui, dopo oltre 5 mesi, il padre non si spiega la ragione per la quale permane il sequestro del quale è stata chiesta invano la revoca.
«Non c’è dolore più grande della perdita di un figlio», dice Nardis, «e nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere a lui. Sono un padre nel pieno del dolore, uno che cerca di sopravvivere alla sua assenza. Mio figlio era un ragazzo pieno di vita, sensibile, bello e soprattutto con un cuore grande. Una presenza ingombrante nella vita delle persone che lo amavano, non vi erano stanze abbastanza grandi da contenere la sua vitalità. Aveva un sorriso per tutti e parole dure per chi non rispettava le sue passioni, ovvero gli animali. Era sempre il primo a dare aiuto a cani e gatti sperduti, aveva messo su un piccolo ricovero per tutti loro, forse perché si sentiva affine con loro, sapeva che un cane ama l’uomo in modo incondizionato».
«In questi mesi», prosegue, «chiunque l’avesse conosciuto, chi in modo superficiale, chi lo aveva conosciuto meglio, ha avuto solo parole belle nei suoi riguardi, il suo essere così affabile, educato e generoso manca a tutti. Da padre non posso che essere fiero del mio Angelo perché è riuscito ad arrivare nel cuore di tante persone».
«Il mio dolore e quello che rimane della mia famiglia», aggiunge nel suo sfogo, «è qualcosa che a parole non si può spiegare e nemmeno capire. Purtroppo, a distanza di cinque mesi dalla sua scomparsa, la giustizia italiana, e in questo caso quella aquilana, continua ad alimentare la mia già grande sofferenza. Dal 17 aprile 2015 l’appartamento dove viveva mio figlio è stato messo sotto sequestro, come mi hanno detto è la prassi in questi casi. Adesso, però, mi domando come sia possibile che un genitore debba piangere la scomparsa di un figlio e avere solo notizie approssimative su quello che gli è successo, e, soprattutto, come io non possa stringere a me tutti gli oggetti che gli appartenevano. Ci sono due cose che chiedo con forza: le chiavi della casa e sapere cosa sia successo a mio figlio e se, stando a casa con me, si sarebbe potuto salvare. Rifiuto il comportamento del giudice che si sta occupando del caso, non vorrei che si fosse dimenticato di lui. Con questo messaggio mi auguro che capiscano la mia sofferenza e che tutto si risolva in breve». Il padre è anche rammaricato per i tempi lunghi della pratica di ricostruzione della sua casa (imputabile a un professionista inadeguato), dove viveva anche Angelo che, in caso di malore, con i familiari vicino forse si sarebbe potuto salvare.
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