«L’aquilanità è persa: senza cittadini manca pure la città»

5 Aprile 2015

Lo storico Colapietra: «Il centro direzionale va ricollocato Nonostante le “famiglie” e i poteri forti la rinascita ci sarà»

L’AQUILA. «Sono restio a parlare dell’Aquila. Io sono affettuosamente aquilano, ma non mi sento di essere concittadino degli aquilani». Non le manda a dire, il professore Raffaele Colapietra, quando – sullo sfondo il Castello cinquecentesco – risponde alle domande del Centro sull’Aquila che era e che sarà.

Chi sono gli aquilani?

«A parte il terremoto e l’esser fuggiti dalla città, gli aquilani hanno questa mentalità che li porta a infatuarsi per cose vuote, trascurando quelle preziose».

Cos’è L’Aquila?

«La città è quella che si vede. Aquila era distrutta urbanisticamente prima del terremoto, perché chi ha fatto fare Pettino ha distrutto la città. Urbanisticamente parlando, una città che ha Pettino non è più una città perché non c’è un criterio urbanistico. Per questo già era abbandonata al suo destino. Ora occorre ripensare la città, al di là dei centri commerciali: stabilire quale sarà il centro direzionale. Oggi, 2015, chi lo sa? Il problema di Aquila oggi sarebbe, e già lo è, urbanistico, al di là del problema artistico del singolo monumento. La città va ripensata e rivitalizzata in una certa maniera. I centri commerciali esistono, sparsi per ogni dove, e attirano: è un dato di fatto: oggi Sassa-Tornimparte è il luogo più vivace dalla città. Ora, noi facciamo di Sassa-Tornimparte il centro della prossima Aquila? Può anche essere, non lo escludo. Lo devono decidere loro. Noi ci spostiamo di 10 chilometri, e il centro storico? Oppure, come inquadrare il discorso dei centri commerciali, di cui oggi non si può fare a meno, per la mentalità della società contemporanea? Una città di 70mila abitanti non può avere centri commerciali a 10 chilometri di distanza l’uno dall’altro».

Un problema di luoghi interrotti da rimettere insieme, dunque?

«Questo è il tema: la sproporzione tra la modestia di una città di 70mila abitanti con le frazioni e l’immensità dello spazio in cui il discorso si svolge, pari a quello di Roma, trenta per trenta, da Arischia a San Demetrio e da Assergi a Lucoli: i Map stanno in questo raggio. Però si deve trovare un centro in mezzo a quest’immensità. E questo spetta agli urbanisti, all’amministrazione».

La città vive un periodo di stanca, dove in tanti hanno rioccupato vecchi spazi. Concorda?

«Sì, c’è un periodo di stanca almeno come progetto. Prima del terremoto bisognava cominciare a stringere nella zona di Santanza-San Sisto-Santa Barbara. Era il luogo che univa Pettino – che ormai c’era – e il centro storico. Si sarebbe dovuto dire: concentriamoci là, nel punto che media tra la città vecchia e il nuovo. Ma bisogna metterci quello che si chiama centro direzionale, il cuore, dove si decide la vita della città».

Ci sono menti capaci di progettare questo?

«Ci sta il Consilium Aquilae urbis ma qui stiamo a evocare i fantasmi, proprio in carne e ossa...senza fare nomi».

Soffre nel vedere la città così?

«Io non soffro quando vado in centro perché per me Aquila è un’altra cosa. Io sono in condizione di poter godere Aquila a modo mio. Io vedo delle cose che gli aquilani non sanno: un’epigrafe, uno scritto, un dipinto, io la vedo in quel modo. Per me Aquila è quello che mi sta dentro, io sono cittadino dell’Aquila e non sono concittadino degli aquilani. Aquila è una cosa che mi tengo dentro e vivo personalmente».

Rinascerà L’Aquila?

«Rinascerà per forza, al di là della morte c’è solo la vita. L’identità è quella che si è persa, la famosa aquilanitas di cui parla l’avvocato Cecchini in modo molto romantico, molto ottocentesco. Questa direi proprio che non c’è assolutamente. Al di là dei Quattro cantoni, dei Portici...Ma se si deve dire Aquila del 2015 che cos’è e cosa sono gli aquilani non saprei che dire. Non la identifico. La città ci sarà perché si vive, la morte è un’altra cosa, ma se si vive in una forma improvvisata, quotidiana, di andare ai supermercati...questo serve a vivere giorno per giorno e quello è il suo scopo. Non serve ad altro, non ha il piano, il supermercato, ma la città, invece, dovrebbe averlo».

Tutta e solo colpa dei politici o anche nostra?

«No, la colpa è di Berlusconi e degli aquilani. Ho sempre detto: 20% terremoto, 40% Berlusconi e 40% gli aquilani. Il terremoto ha portato gravi danni. Quanto ai morti, ne basta uno solo per mettere sottosopra il mondo, giustamente, visto che si parla di vita umana. Ma nell’insieme il danno è stato tutto sommato più che sopportabile nel 2009, quindi più del 20% no. Il 40% è l’aver fatto andare gli aquilani fuori e aver ceduto su questo. Una delle due cose savie che ha detto Vittorio Sgarbi di recente è che ha rivendicato a se stesso di aver detto a Berlusconi di non mandare fuori gli aquilani. Non era necessario che lo dicesse lui, ma lo avrebbe dovuto dire il sindaco a cui io ho sempre detto che si sarebbe dovuto sparare per il fatto di aver proclamato zona rossa tutto il comune. Questo ha fatto sì che in poche ore la protezione civile fosse padrona della situazione e facesse le new town. La città è scomparsa in 24 ore e 35mila persone sono andate sulla costa».

Esiste in città una questione morale?

«Non so cosa voglia dire qui, dove il criterio di città si è perso: se non ci sono i cittadini la città non c’è. Per mesi e per anni i cittadini non ci sono stati e allora è rimasto poco...gli scandali fanno parte del contesto. Infiltrazioni? Io parlerei di presenze, di mafia, ’ndrangheta e Casalesi».

E le “famiglie” aquilane?

«Molti hanno voluto fare il passo più lungo della gamba e i nomi sono sui giornali. Questo porta conseguenze anche sociali con centinaia di persone in difficoltà. I poteri forti? Hanno cambiato nome ma ci sono sempre: questo è ottocentesco. Sotto questo punto di vista siamo una piccola città di provincia».

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