L’arabo di Avezzano che fa scoprire le bellezze dell’Italia

AVEZZANO. L’Italia può svolgere un ruolo importante nel superamento della contrapposizione tra mondo arabo e mondo occidentale. Di questa “missione” del nostro Paese ne è convinto il giornalista e...
AVEZZANO. L’Italia può svolgere un ruolo importante nel superamento della contrapposizione tra mondo arabo e mondo occidentale. Di questa “missione” del nostro Paese ne è convinto il giornalista e scrittore iracheno Mousa Gitan Al Khamisi, che da 40 anni vive in Italia e collabora con quotidiani e riviste del Medio Oriente.
L’ultimo suo libro, dal titolo “Sotto l’ombra della quercia italiana”, è una raccolta di articoli, in lingua araba, sull’arte e la cultura italiana, scritti tra il 1980-2015. «La conoscenza dell’arte italiana», osserva Al Khamisi, «può concorrere, attraverso la condivisione di esperienze e tradizioni, a gettare le basi di una cooperazione culturale che aprirebbe spazi al dialogo e alla comprensione reciproca col mondo islamico». Nato nel 1947 a Bagdad, dove conseguì la laurea in Sociologia, nel 1977 – per sfuggire al regime di terrore del Ba’th, il partito di Saddam, e alle persecuzioni contro i mandei, antica comunità religiosa, cui appartiene lo stesso Al Khamisi – si trasferì in Italia. Prima tappa a Firenze. Qui si diplomò all’Accademia delle belle arti e conobbe Pina Pilla, di Pietrelcina, che sposerà e gli darà due figli, Giaber Giulio e Silvio. Iniziò anche a collaborare con quotidiani e riviste arabi. Nel 1987 si trasferì a Roma. I suoi articoli ben presto lo resero popolare in tutto il Medio Oriente, tanto che nel 1994, lo sceicco Salah Kamil, nel fondare al nucleo industriale di Avezzano la Tv araba, conosciuta come la Kidco, lo volle al suo fianco. La Tv araba, grazie alle parabole di Telespazio, trasmetteva 24 ore su 24 in tutto il mondo. Riuscì ad avere fino a 543 dipendenti. Nel 2005, lo sceicco, ritenendo insostenibili le spese, andò via. «Perdo un milione di dollari al mese», confidò Salah Kamil all’amico Al khamisi. Così la Kidco fu smantellata. Oggi vi lavorano solo 19 persone. Al Khamisi, che si definisce «un aramaico, ma di cultura araba», da Avezzano non si è più mosso. La moglie insegna Arte e Immagine alla media di Celano. Divide il suo tempo tra il giornalismo e la pittura.
In Iraq c’è più tornato? «Nel 2004. Ho visto un altro Paese. Le sue antiche bellezze distrutte. E le donne tutte col burqua. Prima che partissi nessuna lo portava».
L’Italia come è vista dal mondo arabo?
«Come un Paese che non fa niente per far conoscere il suo patrimonio artistico-culturale. Potrebbe essere la prima nel mondo per il turismo».
Corre rischi di attacchi terroristici?
«No, purché non commetta l’errore della Francia di ghettizzare gli immigrati. L’integrazione è fondamentale».
Come considera la condizione di tanti arabi del Nordafrica impiegati nel Fucino?
«È gente che fugge dalla miseria. Mi ricordano i cafoni di Silone. Ma a sfruttarli, purtroppo, sono proprio i discendenti di quei cafoni».
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