L’inferno di Auschwitz raccontato ai ragazzi

Civitella, incontro con i sopravvissuti. Di Nicola: molti rovetani lottarono contro le leggi razziali
CIVITELLA ROVETO. «Sono stato all’inferno. Non quello raccontato da Dante. Ma quello vero. Quell’inferno si chiama Auschwitz». Inizia cosi la sua testimonianza, in audioconferenza da Roma, Piero Terracina, uno dei pochi sopravvissuti al campo di sterminio nazista, dove nel 1944 venne deportato insieme alla sua famiglia. Sua unica colpa essere ebreo. Ad ascoltarlo anche i ragazzi della scuola media “Enrico Mattei” della Valle Roveto. L’incontro, avente per tema “Olocausto e modernità” è stato organizzato dall’associazione culturale “Il Liri”, presieduta dal generale Mauro Rai, in collaborazione con l’Anpi della Marsica, presieduta da Antonio Rosini, si è tenuto al Teatro di Civitella. Ad accogliere gli ospiti il vice sindaco Pierluigi Oddi. Il viaggio di Terracina verso la notte della ragione ebbe inizio nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, che bandivano gli ebrei dalle scuole pubbliche e dagli uffici. Pietro Terracina e la sua famiglia furono deportati ad Auschwitz il 7 maggio 1944 . Aveva 15 anni. «Viaggiammo», ricorda, «con un treno merci, ammassati come bestie e senza acqua per due giorni. Scesi dal treno, capimmo che per noi era finita. Ci abbracciammo. E mia madre, piangendo, disse: “Non vi vedrò mai più”. Io rimasi solo. La mia fortuna è stata avere conosciuto, dopo qualche mese, un ragazzo di Rodi, Sami Modiano, di 12 anni. Era stato deportato ad Auschwitz insieme al padre. Tra noi è nata una grande amicizia che ci ha aiutato a sopportare gli orrori di quell’inferno, da cui, il 27 gennaio 1945 ci liberò l’Armata Rossa. Della mia famiglia non si salvò nessuno». Della fraterna ’amicizia tra Terracina e Modiano, che dura ancora, Pietro Sauber ha girato un documentario, presentato per l’occasione. Lello Dell’Ariccia ha raccontato come riuscì, per puro caso, a sfuggire al rastrellamento nazifascista a Roma. Per il direttore del Centro, Primo Di Nicola fare memoria significa anche «ristabilire la verità. Bisogna per esempio che ci si ricordi delle leggi razziali. Distinguendo tra quanti anche nelle nostre comunità vi collaborarono e le approvarono, come Cornelio Di Marzio, di Pagliara, al quale è stata intitolata anche una strada, e quanti nella Valle Roveto, e non furono pochi, per la libertà non esitarono a sfidare i nazifascisti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

